Category: Astronomia




La stima proviene da un team europeo di astronomi e astrofisici che, dopo l’osservazione di 102 stelle nane rosse, hanno fissato al 40 per cento la probabilità che attorno a queste graviti una cosiddetta super-Terra abitabile. Nella sola via Lattea le stelle rosse nane sono 160 miliardi (l’ottanta per cento dell’intera galassia) e pertanto il numero di pianeti sui quali sarebbe possibile vivere è enorme. I ricercatori, coordinati da Xavier Bonfils dell’Istituto di Planetologia e Astrofisica di Grenoble, hanno condotto le loro osservazioni grazie la potente telescopio dell’Osservatorio Europeo Meridionale che si trova in Cile.

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Sul sito Planethunters.org è possibile esaminare 150 mila fotografie scattate dal telescopio spaziale Keplero. A chi si connette viene richiesto di osservarle alla ricerca di nuovi pianeti non individuati dai computer. Chi ne troverà uno di una certa importanza verrà accreditato della scoperta e il suo nome rimarrà indissolubilmente legato a quello del pianeta. Il cervello umano sarebbe particolarmente abile a trovare eventuali strani o inusuali, ha sostenuto l’esperto della Oxford University, Chris Lintott, anche se si tratta di stelle variabili, doppie o multiple che interagiscono con diversi pianeti. Alcuni corpi celesti sono già stati scoperti dal pubblico, da quando nello scorso anno il sito è stato allestito da un team internazionale di scienziati. Su Planethunters.org viene illustrato chiaramente come procedere e che cosa è necessario osservare per individuare un nuovo pianeta. Per i cacciatori di pianeti non sarà però possibile dare il proprio nome al frutto della propria indagine (ma gli scopritori verranno comunque eternamente ricordati su tutti i testi scientifici) poichè il corpo celeste deve derivare il proprio nome dalla galassia nella quale è stato individuato.



A sostenere l’affascinante tesi sono i ricercatori della Australian National University che, dopo avere comparato le condizioni di temperatura e di pressione della Terra con quelle di Marte, hanno sottolineato che a fronte dell’uno per cento della Terra nel quale è presente la vita, il Pianeta rosso offrirebbe un tre per cento (la maggior parte nel sottosuolo) di territorio abitabile.



Da tempo circola in rete la nefasta voce di un imminente e devastante terremoto che dovrebbe colpire la città di Roma l’11 maggio prossimo. Tutto originerebbe dalle previsioni di tal Raffaele Bendandi (Faenza 1893 – 1979) scienziato autodidatta (come professione svolgeva quella di intagliatore di legno). Bendandi elaborò una sua personale teoria sulla natura dei terremoti e sulle cause che li determinano. I suoi studi e le sue previsioni, peraltro non accettate dalla comunità scientifica, si basano sull’assunto che la crosta terrestre, così come le maree, sia soggetta agli effetti di attrazione gravitazionale della Luna, del Sole e di tutti i pianeti del sistema solare. Il 23 novembre 1923 fece registrare ad un notaio di Faenza una sua previsione: il 2 gennaio 1924 si sarebbe verificato un terremoto nelle Marche. Il terremoto effettivamente si verificò a Senigallia due giorni dopo e, nonostante la leggera imprecisione, il Corriere della Sera gli dedicò ugualmente la prima pagina, chiamandolo “colui che prevede i terremoti” e la sua fama crebbe anche a livello internazionale. Nel corso del ventennio fascista, Bendandi fu dapprima insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia nel 1927 (e forse per questa ragione battezzò i quattro nuovi pianeti extra nettuniani che sostenne di avere scoperto l’anno successivo con i nomi di Rex, Dux, Roma e Italia) ma in seguito venne diffidato dal pubblicare ulteriori previsioni sui terremoti in Italia, pena l’esilio. Nel 1959 Bendandi sostenne di aver scoperto un nuovo pianeta all’interno del sistema solare tra Mercurio e il Sole, cui diede il nome della sua città natale, Faenza. Sulla base della sua ipotesi, Bendandi predisse anche il terremoto del Friuli nel 1976: cercò inutilmente di avvisare le autorità competenti, che lo trattarono come un ciarlatano. Morì il 3 novembre 1979 e solo anni dopo, soprattutto grazie all’associazione La Bendandiana, iniziò un lavoro di raccolta e classificazione degli scritti e degli studi lasciati da Bendandi. Al momento sono state raccolte 103 previsioni, 61 delle quali riguardano l’Italia. Il fatto che smentisce la previsione del cataclisma che dovrebbe abbatersi su Roma non sta tanto nella confutazione delle teorie di Bendandi quanto nella circostanza che la stessa Bendaniana ha negato che negli scritti ritrovati sia presente qualche riferimento. “Non ho idea di come sia nata questa storia dell’11 maggio – ha detto Paola Pescarelli Lagorio, direttrice dell’Osservatorio Bendandi – Fatto sta che la notizia falsa è dilagata su internet. Nelle carte che ci ha lasciato, e che stiamo analizzando da tempo, questa data non è mai citata. E’ vero che lo studioso ci ha lasciato alcune previsioni che vanno dal 1996 al 2012 ma, molto probabilmente, riguardano le tempeste magnetiche e non i terremoti. E soprattutto, non è indicato alcun luogo”. Quel che è certo è che esistono aspetti suggestivi del lavoro del sismologo faentino come la presenza nelle sue carte di una data, 11 marzo senza la specificazione dell’anno, giorno nel quale il Giappone è stato disastrosamente scosso dall’accoppiata terremoto/tsunami.



Il Federal Bureau of Investigation ha pubblicato sul proprio sito, The Vault, un curioso promemoria nel quale verrebbe confermata la natura extra-terrestre di uno dei più famosi incidenti Ufo, quello di Roswell. Il 2 luglio1947 a Roswell, New Mexico, si sarebbe verificato lo schianto di un Ufo a seguito del quale una pattuglia di militari avrebbe recuperato, oltre a numerosi reperti, i cadaveri di tre alieni. Il primo comunicato stampa pubblicato dalla base aerea di Roswell, l’8 luglio 1947, parlava di un vero e proprio “disco volante”. La dichiarazione ufficiale delle autorità statunitensi fu però che si trattava di un semplice pallone sonda. Secondo gli ufologi, i militari ritrovarono il corpo centrale del disco volante e ad alcuni chilometri di distanza raccolsero i corpi degli extraterrestri che sarebbero stati a bordo dell’Ufo.
Il tutto fu portato alla base militare di Wright Patterson e, dopo alcuni anni di ricerche e studi, l’oggetto volante non identificato e i resti degli extraterrestri sarebbero stati trasferiti all’interno della cosiddetta Area 51, una base militare statunitense che per questo motivo da allora gode a livello popolare della fama di estrema segretezza. Nelle carte pubblicate su The Vault c’è una nota proveniente da un ufficio federale, risalente all’8 luglio 1947, che fa riferimento all’incidente di Roswell: “Questo ufficio è stato avvertito telefonicamente da membri dell’Air Force del ritrovamento di un oggetto che si suppone essere un disco volante a Roswell, nel New Mexico. Il disco è di forma esagonale ed era appeso, per mezzo di un cavo, a un pallone di sei metri e mezzo di diametro”. Il cablogramma proseguiva sottolineando che le comunicazioni tra le due basi avevano portato a definire l’ipotesi che si trattasse di una sonda metereologica “poco credibile”. Un altro documento visibile sul sito dell’Fbi, indirizzato dall’agente speciale Guy Hottel, in data 22 marzo 1950, al suo direttore, J.Edgar Hoover, fa riferimento a un diverso incidente, ancora nel New Mexico. Vi si legge che “un investigatore dell’Air Force ha dichiarato di avere rinvenuto tre cosidetti dischi volanti nel New Mexico. Sono stati descritti come di forma circolare e con un diametro aprossimativo di 16 metri. A bordo di ognuno c’erano tre corpi di natura umana, ma alti solo tre piedi (90 centimetri). Erano vestiti con indumenti metallici a trama molto fitta. Ogni corpo ne era fasciato in un modo che ricordava le tute usate dai piloti di jet. L’informatore (il cui nome è stato eliminato dal testo) ritiene che gli Ufo siano precipitati a causa delle interferenze elettroniche provocate dai radar militari presenti nella zona”.



Sabato prossimo, 19 marzo, la luna ci apparirà, condizioni metereologiche permettendo, un po’ più grande del solito; si verificherà infatti quello che viene definito un perigeo lunare, nel corso del quale il nostro satellite si avvicinerà alla distanza minima dalla Terra, vale a dire soli 356.577 chilometri. Alcune delle precedenti super-lune sono comparse in concomitanza di catastrofici eventi naturali. Per esempio nel 2004, quando molte delle nazioni che si affacciano sull’Oceano Indiano furono devastate da uno tsunami o quando l’anno successivo un uragano, Katrina, colpì la costa del Golfo degli Stati Uniti e distrusse gran parte della città di New Orleans. Trent’anni prima, nel 1974, all’apparire della super-luna, un altro possente uragano, Tracy, rase quasi al suolo la città di Darwin, in Australia. Ma, aldilà dei precedenti e delle interpretazioni apocalittiche che si stanno diffondendo sul web, la comunità scientifica non prende molto sul serio la minaccia rappresentata dal fenomeno del perigeo lunare. La miglior risposta a chi in questi giorni sostiene che proprio l’avvicinamento della Luna al nostro pianeta abbia causato anche la devastante accoppiata terremoto/tsunami che ha colpito il Giappone (è il caso dell’astrologo americano Richard Nolle, inventore del termine Superluna, che nei giorni precedenti al sisma giapponese aveva predetto temibili eventi naturali nei giorni attorno al 19 marzo), viene dall’astronomo Peter Wheeler del International Centre for Radio Astronomy: “sulla Terra assisteremo, al massimo, a deboli variazioni dei flussi di marea. Non ci saranno né terremoti né eruzioni vulcaniche che non sarebbero capitati ugualmente”. Un altro esperto australiano, David Reneke, sostiene che l’allarmismo apocalittico legato al perigeo lunare sia da ascrivere più alle paure umane che ai dati scientifici “Volendo si pùò associare qualunque catastrofe a normali avvenimenti del cosmo. Qualcuno in passato ha cercato di mettere in relazione l’allineamento dei pianeti con la distruzione del Sole e quindi la fine della vita sulla Terra. Ma questo non è accaduto”. Anche la famosa profezia dei Maya (che prevede l’apocalisse per il 21 dicembre del prossimo anno) fa riferimento all’allineamento dei pianeti. Una delle poche voci fuori dal coro degli scettici è quella di un ricercatore dell’università australiana di Adelaide, Victor Gostin, che, pur ammettendo che gli studi per prevedere gli eventi naturali (come eruzioni e terremoti) basandosi sulla disposizione dei pianeti non hanno portato praticamente a nulla, sostiene che vi sia un link tra i terremoti dell’area equatoriale e alcune delle fasi lunari poiché “le maree terrestri (analoghe a quelle marine) potrebbero essere l’elemento scatenante dei terremoti”.



Un astrobiologo del Marshall Space Flight Centre della Nasa, Richard Hoover, ha dichiarato di avere ritrovato un batterio “alieno” in un tipo di meteorite piuttosto raro (CI1 o condriti carbonacee, dei quali sulla Terra sono stati ritrovati soltanto nove esemplari), sostenendo che questa minuscola forma di vita extraterrestre spiegherebbe come è iniziata la vita sul nostro pianeta. “Io interpreto questo ritrovamento come un indicatore del fatto che la vita è distribuita in maniera più ampia nel cosmo e non è legata esclusivamente alla Terra. – spiega Hoover – Questo campo di studi è stato appena sfiorato perchè molti scienziati sostengono che sia impossibile. L’aspetto più rilevante è che alcuni dei batteri sono riconoscibili e molto simili a specie che vivono sulla Terra, mentre altri sono piuttosto strani e non siamo stati in grado di identificarli. Li ho mostrati a numerosi esperti che sono rimasti perplessi”. L’indizio principale che indica il batterio come una forma di vita aliena è determinato dal fatto che nel corso della ricerca, pubblicata sull’ultima edizione del Journal of Cosmology, sono stati identificati dei resti biologici che non contenevano azoto, elemento presente in tutti gli organismi viventi conosciuti. “Se qualcuno mi può chiarire come sia possibile che un fossile biologico dell’età di soli 150 anni sia privo di azoto – ha detto Richard Hoover – sarei veramente interessato ad ascoltarlo. Ho parlato di questo con molti scienziati e nessuno è stato in grado di fornirmi spiegazioni”. L’editore del Journal of Cosmology, Rudy Schild ha deciso, vista la natura controversa della scoperta, di invitare cento esperti della materia e cinquemila scienziati a esaminare lo studio dell’astrobiologo della Nasa e a esprimere le loro valutazioni”.



Alle 11.09 (ora italiana) di venerdì scorso l’agenzia spaziale americana (Nasa) ha lanciato il satellite Glory che avrebbe dovuto, una volta in orbita, raccogliere dati su vari fattori che influenzano il clima del nostro pianeta. Ma tre minuti dopo il decollo i dati telemetrici in mano ai controllori del volo indicavano la presenza di un problema. Un satellite viene lanciato grazie all’uso di un razzo che lo trasporta fino a lanciarlo alla massima velocità verso il limite dell’atmosfera terrestre. Una parte del razzo (quella che copriva Glory sulla rampa di lancio) avrebbe dovuto staccarsi, ma questo, per ragioni non ancora accertate, non è avvenuto, causando un aumento del peso del “convoglio” e una diminuzione della sua velocità. “Tutti i dati in nostro possesso ci dicono – ha dichiarato il direttore del lancio Omar Baez – che il satellite e il missile sono da qualche parte nell’Oceano Pacifico meridionale”. Il razzo utilizzato per il decollo, il Taurus XL, è stato usato nove volte dalla Nasa nelle proprie missioni: a partire dal 1994 per sei volte ha volato con successo ma in tre occasioni, compresa quella odierna, ha fallito. In realtà si è trattato del secondo tentativo da parte dell’ente spaziale americano di mandare in orbita un satellite sospinto da un razzo Taurus; la prima volta, nel 2009, gli statunitensi provarono a far partire OCO (Orbiting Carbon Observatory) ma anche in quell’occasione il razzo non si rivelò all’altezza del compito. Il lancio di venerdì scorso rappresentava il rientro operativo del Taurus dall’epoca del fallimento del 2009. Glory, costruito da Orbital Sciences Corporation, trasportava due strumenti: uno per misurare l’energia totale proveniente dal Sole e l’altro per osservare il comportamento delle particelle atmosferiche e la loro capacità di assorbire o restituire energia.



Uno studio della Arizona State University in collaborazione con la University of California (Santa Cruz) guidato dalla ricercatrice italiana Sandra Pizzarello (esperta internazionale e professore emerito dell’ateneo dell’Arizona) ha preso in esame quattro grammi di polvere estratti da un meteorite denominato Grave Nunataks 95229, scoperto in Antartide nel 1995 (appartiene alla famiglia delle condriti carbonacee, i più antichi tra questi fossili del Sistema Solare precipitati sulla Terra). La ricerca, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences , ha svelato una grande quantità del principale ingrediente necessario per ottenere molecole organiche: l’ammoniaca, uno dei principali composti dell’azoto, e di idrocarburi. “La nostra ricerca testimonia che là fuori ci sono asteroidi che, dopo essersi frammentati ed essere diventati meteoriti – ha detto Sandra Pizzarello – potrebbero avere inondato la Terra con una miscela di vari componenti, tra i quali l’ammoniaca”. Secondo la studiosa italiana i meteoriti, tra i 4.4 e i 2.7 miliardi di anni fa, avrebbero fornito alla Terra, ancora caldissima, una quantità di azoto sufficiente ad avviare le reazioni chimiche che hanno consentito alla vita di svilupparsi sul nostro pianeta.



Ogni anno nel corso dell’ultima settimana di gennaio la Nasa ricorda gli astronauti morti nell’esercizio delle loro funzioni: gli equipaggi dell’Apollo 1, del Challenger STS-51L e del Columbia STS-107. L’amministratore della Nasa Charlie Bolden e Ralph Hall, il deputato repubblicano del Texas che presiede il Committee on Science Space and Technology, hanno ricordato i defunti nel corso di una cerimonia nel cimitero nazionale di Arlington. “Ringraziamo loro e le loro famiglie per il sacrificio straordinario in servizio alla nostra nazione – ha detto Bolden – Questi uomini e donne saranno per sempre nel nostro cuore e siamo ancora al lavoro per onorare la loro eredità”. Quarantaquattro anni fa, il 27 gennaio 1967, tre astronauti (Edward H. White II, Virgil I.”Gus”Grissom e Roger B. Chaffee) morirono a causa di un incendio esploso all’interno della capsula nel corso di un test. Il 28 gennaio 1986 avvenne quello che ancora oggi viene ricordato come il più funesto incidente nella storia della Nasa: lo Space Shuttle Challenger esplose 73 secondi dopo il decollo dal Kennedy Space Center (Florida) a causa di una guarnizione difettosa che provocò la distruzione dell’astronave e la morte di 7 astronauti (Ellison S. Onizuka, Sharon Christa McAuliffe, Greg Jarvis, Judy Resnik, Mike Smith, Dick Scobee e Ron McNair). A seguito della tragedia la Nasa sospese per due anni e mezzo tutte le missioni e l’allora presidente statunitense Ronald Reagan dichiarò: “Questa è veramente una perdita che colpisce tutta la nazione. Piangiamo sette eroi che hanno oltrepassato i limiti della Terra per toccare il volto di Dio”. Nel primo giorno di febbraio del 2003, durante il rientro nell’atmosfera terrestre, lo Shuttle Columbia si disintegrò nei cieli del Texas quindici minuti prima dell’atterraggio. Anche in questo caso tutti e sette i membri dell’equipaggio morirono (David Brown, Rick Husband, Laurel Clark, Kalpana Chawla, Michael Anderson, William McCool e Ilan Ramon). Gli investigatori rivelarono che l’incidente fu causato da una fuoriuscuta di schiuma isolante da un serbatoio esterno che, durante il decollo, aveva aperto un foro nell’ala sinistra della navicella.