Category: Archeologia




Mille anni prima degli Aztechi, nell’attuale Messico Centrale, esisteva una poco conosciuta cultura che si sviluppò attorno a quello che oggi è il sito archeologico di Cantona. Proprio da quella zona e da quella popolazione provenivano i 31 coltelli di ossidiana che, una volta sottoposti all’esame di un microscopio elettronico a scansione, presso l’Universidad Nacional Autonoma de Mexico e l’Instituto Nacional de Antropología e Historia, hanno svelato di avere trattenuto per secoli tra le loro schegge microscopici brandelli di tessuti umani. Globuli rossi, collagene e persino frammenti di fibre muscolari e tendinee sono stati individuati sulle lame di ossidiana e questo, secondo gli autori dello studio, dimostra definitivamente che i sacrifici umani erano una pratica diffusa tra le civiltà presenti sul territorio messicano prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli. Il ritrovamento delle tracce umane custodite dai coltelli fornisce agli esperti una nuova chiave di lettura degli antichi e sanguinari riti delle civiltà pre-ispaniche, dei quali fino a oggi non si avevano prove certe. Ne raccontarono i dettagli i primi conquistadores una volta tornati in patria, descrivendone la brutalità e l’impressionante numero di persone coinvolte; inoltre esistono molte testimonianze dipinte dalle popolazioni di quell’epoca che le raffigurano chiaramente. I metodi di uccisione delle vittime sacrificali erano svariati e macabri: si andava dall’estrazione del cuore alla decapitazione fino allo smembramento e alla scorticazione. Probabilmente per ognuna di queste operazioni era necessario usare un coltello appropriato. Questa teoria trova conferma nel fatto che sulle lame ritrovate in Messico, i tessuti umani erano differenti a seconda della tipologia di lama. su alcune sono stati infatti individuati solo globuli rossi e su altre unicamente tendini e muscoli.



E questa la conclusione alla quale è giunto uno studio della Boston University, guidato dall’italiano Francesco Berna. I resti del fuoco sono stati scoperti in Sudafrica, nella caverna di Wonderwerk e dimostrerebbero che gli antenati dell’uomo usavano il fuoco e sapevano controllarlo 300.000 anni prima di quanto immaginato finora. Il materiale è stato esaminato utilizzando la microspettrometria a infrarossi e i risultati dellle analisi fanno pensare che i materiali (resti vegetali e frammenti di ossa) siano stati bruciati sul posto e non trasportati nella grotta dal vento o dalla pioggia.



Nella tana fossilizzata di uno scoiattolo vissuto trentamila anni fa, i ricercatori russi hanno trovato le riserve alimentari della bestiola. Si trattava principalmente di frutta e semi e proprio da questi ultimi ha preso il via la ricerca degli esperti dell’Accademia Russa delle Scienze. Il ritrovamento è avvenuto a trentotto metri di profondità sotto il permafrost siberiano: “Gli scoiattoli scavavano nel suolo ghiacchiato per costruire tane delle dimensioni di un pallone da calcio – ha detto Stanislav Gubin, uno degli autori della ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences – all’interno delle quali mettevano prima della paglia e poi i propri peli. Insomma un deposito perfetto e una criobanca naturale”. La pianta resuscitata si chiama Silene stenophylla ed è la più antica a essere mai stata riportata in vita. Secondo Svetlana Yashina che ha guidato la “resurrezione” dei semi per conto dell’Istituto di biofisica cellulare dell’Accademia Russa delle Scienze “la pianta è fertile, produce fiori bianchi e semi vitali”. Il pool di scienziati ritiene che l’esito principale della loro sperimentazione sia avere dimostrato la necessità di proseguire gli studi e gli scavi al di sotto del ghiaccio perenne dove sperano un giorno di trovare “un antico bacino genetico di forme di vita preesistenti che verosimilmente sono sparite da molto tempo dalla superficie della Terra”. Inoltre la rinascita di una pianta partendo da un seme di trentamila anni fa evidenzia le ottime qualità come deposito naturale del permafrost. “Se saremo fortunati – ha aggiunto Gubin – magari troveremo del tessuto congelato di scoiattolo e questo aprirebbe la strada alla resurrezione di molti mammiferi dell’Era glaciale, mammuth compresi”. Nella stessa zona dove avvengono le ricerche russe, la parte nordorientale della Siberia, è presente anche una squadra di ricercatori giapponesi da anni impegnata nel tentativo di riportare in vita proprio gli antichi pachidermi. Gli studiosi nipponici hanno promesso di riuscire nella loro impresa in quattro anni a partire dal momento in cui troveranno un campione di tessuto di mammuth in un buono stato di conservazione. Ma Stanislav Gubin ha espresso la speranza che siano russi i primi a scovare i resti di animali congelati che potrebbero essere utilizzati per la rigenerazione: “E’ la nostra terra – ha detto – cercheremo di arrivare per primi”.



I due scheletri fossili rinvenuti in Sudafrica sono due esemplari di Australopithecus sediba, ritenuto uno degli anelli mancanti nella storia evolutiva dell’uomo. Si trattò certamente di una morte traumatica e con una lunga agonia. La femmina adulta e il giovane maschio probabilmente caddero attraverso una fessura nel tetto di una grotta e rimasero vivi per giorni o settimane con poco o niente da mangiare, prima di incontrare finalmente la loro fine. La coppia (quasi sicuramente madre e figlio)sono stati poi ricoperti dalla pioggia in una piscina sotterranea dove si sono in seguito gradualmente solidificati in roccia. Lo sfortunato episodio avvenuto quasi 2 milioni di anni fa ha fornito agli scienziati, unitamente alla conservazione della maggior parte degli scheletri fossilizzati, indicazioni preziose per comprendere di che tipo di creature si trattasse. I ricercatori che li hanno potuti esaminare in dettaglio ritengono che siano diretti antenati dell’uomo moderno. Le antiche ossa sono state estratte da sedimenti che si trovano in una grotta sotterranea a Malapa, a quaranta chilometri da Johannesburg. Il rinvenimento degli scheletri è stato reso pubblico l’anno scorso, ma in una serie di articoli pubblicati giovedì scorso sulla rivista Science, i ricercatori illustrano la prima analisi completa dell’anatomia dei due Australopithecus sediba. Dopo avere esaminato una combinazione di scansioni ad alta risoluzione e misurazioni di precisione del cranio, pelvi, mano e piede, gli autori sostengono che l’ Australopithecus in questione (detto anche scimmia meridionale) sia un antenato immediato dell’Homo erectus, diretto progenitore dell’Homo Sapiens. Lee Burger, un paleoantropologo dell’Università Witwatersrand di Johannesburg che ha guidato lo studio, ha riferito che gli scheletri possedevano un straordinario mix di primitive caratteristiche di tipo scimmiesco e tratti che definiscono gli esseri umani moderni. Almeno altri venticinque animali sono morti accanto a madre e figlio, tra questi tigri dai denti a sciabola, iene, antilopi e una forma primitiva di zebra. Nei dintorni della grotta si trovava una foresta subtropicale alpina, con boschi misti e foreste. L’Australopithecus sediba camminava eretto ed era alto circa un metro e trenta. Aveva un corpo delle dimensioni di quello di uno scimpanzè, lunghe braccia simili a quelle degli oranghi ed era molto abile ad arrampicarsi. Ma altre caratteristiche appaiono nettamente umane: “Il bacino è sagomato come quello umano, ma più lungo, quasi come quello dell’uomo di Neanderthal – ha scritto Lee Burger – le mani sono praticamente identiche alle nostre con dita brevi e un pollice lungo. E poi c’è il cervello”. I ricercatori hanno usato un potente scanner a raggi x che si trova all’European Synchrotron Facility di Grenoble, in Francia, per creare mappe molto dettagliate dell’interno del cranio di uno degli individui. All’interno della testa dell’Australopithecus sediba è stata rilevata l’impronta di un piccolo cervello (solo 420 centimetri cubi di volume) che, però, si stava apparentemente riorganizzando da una struttura primitiva in una forma più moderna. Kristian Carlson, un collega di Burger che ha lavorato sulle scansioni cerebrali, ha detto che alcune aree dell’organo appaiono più sviluppate del previsto. “Ci sono aree sopra e dietro gli occhi che risultano espanse e sono responsabili di più funzioni contemporanee, ragionamento e pianificazione a lungo termine. Queste sono caratteristiche che rispecchiano le differenze esistenti tra gli esseri umani e gli scimpanzé – ha sostenuto Carlson – questa scoperta sconfessa la teoria più diffusa secondo la quale il cervello dei nostri antenati sarebbe cresciuto di dimensioni prima di organizzarsi in maniera analoga a quello dell’uomo moderno”. Esami più approfonditi del cervello, del cranio e della mano suggeriscono che la creatura fosse intelligente a sufficienza da saper maneggiare strumenti e anche comunicare, seppure non verbalmente. Secondo gli scienziati l’Australopithecus sediba era in grado di sorridere, cosa che gli scimpanzé non sanno fare. Se la scoperta dei paleoantropologi sudafricani corrispondesse a verità colmerebbe il divario tra Lucy (che risale a 3.2 milioni di anni fa e rinvenuta in Etiopia) e l’Homo erectus che calpestava il suolo terrestre africano da 1,8 a 1,3 milioni di anni fa e che, con tutta probabilità, ha dato luogo all’uomo moderno.



Secoli e secoli di vita casalinga per le femmine, mentre i maschi cacciavano, combattevano e viaggiavano: questo è quanto si è sempre creduto, tanto da pensare che un vissuto ancestrale tale non sia facile da dimenticare e che sia naturale che le donne abbiano una maggior propensione ad accudire il focolare domestico nell’attesa dell’amato il quale ancora oggi, per un motivo o per l’altro, è in giro in giro.
Ma secondo uno studio della University of Colorado Boulder i ruoli tra maschi e femmine tra gli ominidi che vivevano nella savana africana un milione di anni fa erano in realtà invertiti. Erano gli uomini infatti a stare maggiormente a casa, mentre il gentil sesso girovagava, varcando anche i confini delle zone abitative. Lo suggeriscono i ritrovamenti di alcuni denti di una popolazione di australopitechi vissuta inAfrica un milione di anni fa. Più della metà dei denti femminili sono stati infatti ritrovati al di fuori della zona in cui facevano base i gruppi, mentre solo il 10 per cento dei denti degli ominidi maschi è risultato essere al di fuori della zona di riferimento.



Cinque anni fa un camionista beduino, Hassan Saida, ha ritrovato all’interno di una grotta (la cui entrata è stata individuata dopo un’alluvione) settanta libri antichissimi che potrebbero rappresentare la scoperta più significativa in campo mistico-religioso dei tempi moderni. I libretti ritrovati da Hassan Saida contengono molti disegni stilizzati e poco testo (in svariate lingue antiche) e su uno dei volumetti è stata rilevata una scritta in ebraico che significa “Salvatore di Israele”. Inoltre sul frontespizio di un altro dei libri c’è l’immagine del volto di un uomo che indossa una corona di spine, dettaglio che farebbe pensare a un ritratto di Gesù Cristo elaborato da un suo contemporaneo. All’interno della caverna, situata vicino alla città di Saham in Giordania, sono state rinvenute anche targhe di metallo e fogli di piombo arrotolati a mo’ di pergamena. I libretti, delle dimensioni di una carta di credito, sarebbero rimasti nascosti agli occhi del mondo per duemila anni e, se la loro autenticità verrà provata, costituirebbero una fonte di informazioni di incalcolabile importanza per gli studiosi della Bibbia, permettendo loro di comprendere meglio gli sconvolgimenti sociali e religiosi che portarono allo scisma tra il Giudaismo e il Cristianesimo. Hassan Saida si è rifiutato, per il momento, di vendere i preziosi libricini, che sostiene essere di proprietà della sua famiglia da quando il suo bisnonno li ritrovò nella grotta. Ma da più parti si sussurra che li abbia comperati cinque anni fa da un suo collega che, a sua volta, li aveva acquistati in Giordania. Il governo giordano ha dichiarato che “si adopererà a ogni livello per far ritornare in patria i manufatti”. Il sito dove sono stati ritrovati i libri è in territorio giordano, ma Hassan Saida vive nel villaggio arabo di Shibli-Umm Al-Ghanam, nel territorio di Israele. Il luogo dell’interessante ritrovamento dista poco più di cento chilometri dalla citta di Qumran dove, tra il 1947 e il 1956, vennero ritrovati i cosiddetti Rotoli del Mar Morto, un insieme di circa novecento manoscritti in lingua greca, aramaica ed ebraica ritenuti di grande significato religioso e storico in quanto comprendono alcune delle uniche copie superstiti note dei documenti biblici prodotti prima del 100 a.C (compresi alcuni testi della Bibbia Ebraica). Saida ha accettato di inviare due dei settanta preziosi libercoli in Svizzera e Gran Bretagna, dove verranno attentamente studiati per valutarne l’autenticità. Una delle prove più convincenti dell’origine cristiana dei libri è rappresentata da una delle incisioni che raffigura una mappa di Gerusalemme con molte croci disposte fuori dalle mura. Secondo il direttore del Dipartimento di Archeologia giordano, Ziad al-Saad, i manufatti ritrovati a Saham sarebbero l’opera dei primi seguaci di Cristo e sarebbero stati eseguiti subito dopo la sua morte. “Le informazioni iniziali sono molto incoraggianti e sembra proprio che ci troviamo di fronte a una scoperta molto importante- ha detto al-Saad – forse la più importante nella storia dell’archeologia”.



Sul National Geographic Channel americano, domenica scorsa, è andato in onda il film Finding Atlantis, documentario sulla ricerca della mitica isola scomparsa. Il film illustra le tesi dell’archeologo americano Richard Freund che sostiene ora di averla ritrovata. Nel 360 a.C Platone, nei dialoghi Timeo e Crizia, fece alcuni riferimenti all’isola: il filosofo greco definì Atlantide “un’isola situata di fronte agli stretti che voi chiamate le Colonne d’Ercole”, antico nome dello stretto di Gibilterra. Platone descrisse così la tragica fine dell’isola: “essendosi succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte (…) tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve”. Richard Freund e colleghi sostengono ora di averla ritrovata. Solo che l’isola non sarebbe, contrariamente a quanto si era pensato finora, nascosta nelle profondità marine ma si troverebbe in una zona paludosa, novanta chilometri all’interno del Paese, nel parco nazionale Donaña, a un centinaio di chilometri da Cadice. A trasportare Atlantide a novanta chilometri dal mare sarebbe stato, secondo Freund, un gigantesco tsunami che colpì la zona in un’epoca attorno al 9.000 a.C. “Questa è la forza degli tsunami – ha detto Richard Freund – è’ difficile credere che possano trascinare un’isola per novanta chilometri verso l’interno, ma è proprio questo che noi sosteniamo sia capitato”. Il team di archeologi guidato da Freund si è avvalso di geo-radar, mappature digitali e immagini satellitari e sarebbero confortati nelle loro tesi da una serie di ”città commemorative” costruite dai sopravvissuti allo tsunami di Atlantide. Il lunedì successivo alla messa in onda del film, è però giunta dalla Spagna una vera e propria sconfessione di Finding Atlantis, poiché a portarla avanti è stato un gruppo di studiosi spagnoli che sta conducendo, dal 2005, delle ricerche proprio nelle paludi del parco nazionale Donaña. I ricercatori spagnoli accusano Richard Freund , da loro definito come “l’ultimo arrivato” nel loro progetto di studi sugli insediamenti umani e la geo-morfologia nell’antichità, di avere malamente e assai poco scientificamente interpretato i loro dati. L’antropologo Juan Villarìas Robles, nel team di ricerca del Consiglio Superiore della Ricerca Scientifica spagnolo sostiene che “Freund è stato coinvolto in quello che noi stavamo facendo e ci ha fornito dei finanziamenti grazie alla sua casa di produzione cinematografica e al National Geographic. Quando ci siamo visti per l’ultima volta ci ha detto che avrebbe finito il suo documentario in aprile o maggio. Poi non lo abbiamo più sentito. Per questa ragione siamo rimasti tutti molto sorpresi vedendo il film così presto e ascoltando quelle fantasiose affermazioni”. Secondo Villarìas Robles, i resti di edifici rettangolari e i cerchi concentrici che si vedono nelle foto satellitari delle paludi del parco Donaña (e che hanno fatto gridare il team americano al ritrovamento di Atlantide) sono insediamenti umani risalenti al primo millennio a.C., già noti agli esperti. Insomma, niente da fare neanche stavolta: la scomparsa di Atlantide era e resta un mistero.

Lucy camminava come noi



Il ritrovamento nel sito archeologico di Hadar (Etiopia) di un osso del piede, un quarto metatarso risalente a 3.2 milioni di anni fa, effettuato da ricercatori americani delle università del Minnesota e dell’Arizona, scrive una nuova pagina nella storia dell’evoluzione umana e dimostra che nel periodo compreso fra 3,2 e 2,9 milioni di anni fa gli ominidi del genere Australopithecus afarensis camminavano già eretti. Il ritrovamento infatti testimonia che questo nostro antico antenato possedeva un arco plantare molto simile a quello dell’uomo moderno, caratteristica anatomica che suggerisce che Lucy (l’Australopithecus più noto) camminasse proprio come noi e stesse molto meno sugli alberi di quanto si è pensato fino a oggi.



L’uomo non ebbe origine dunque in Africa, come si è sempre pensato, ma in Asia. Lo sostiene un gruppo di ricerca coordinato dal paleontologo francese Jean-Jacques Jaeger dell’Università di Poitiers sulla base di nuovi fossili scoperti in Libia e risalenti a circa 39 milioni di anni fa. I fossili fanno capo a tre distinte famiglie di antropodi e la loro improvvisa comparsa nella stessa area, pur essendo così diversificati, suggerisce tra le ipotesi una colonizzazione dell’Africa dei primati, probabilmente nati ed evolutisi in un’altra area geografica. I paleontologi suggeriscono che sia proprio l’Asia il punto d’origine perchè in queso continente sono stati scoperti resti fossili di antropodi antecedenti quelli africani.



E’ stata ritrovata nella città di Zurigo durante gli scavi per la costruzione di un parcheggio del Teatro dell’Opera cittadino. La porta, alta 153 centimetri e larga 88, risalirebbe al 3063 a.C. e si tratterebbe di uno degli usci più antichi mai ritrovati in Europa. E’ stata costruita con legno di pioppo, ha le cerniere ben conservate e faceva parte di una palafitta che, secondo gli archeologi responsabili della scoperta, era stata progettata come riparo dai venti freddi che spiravano sul lago di Zurigo nel Neolitico. Ora la porta dovrà venire rimossa con cautela dal suolo per poi venire immersa in una soluzione che impedirà al legno di marcire.