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Mancano ormai pochi giorni alla pubblicazione del rapporto dell’ Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite, un panel internazionale di esperti nel campo della climatologia che il 27 settembre prossimo si pronuncerà sui cambiamenti climatici in atto nella Terra. E già è polemica.
Secondo il Daily Mail si sarebbe diffuso in rete un’anticipazione del rapporto dell’organismo delle Nazioni Unite deputato a monitorare il surriscaldamento globale secondo il quale i dati diffusi sarebbero decisamente gonfiati e il tema del surriscaldamento del globo sarebbe quasi inesistente. Il documento rilasciato nelle sue 31 pagine che riassumerebbero le quasi duemila pagine del rapporto ufficiale parlerebbe infatti di dati molto meno allarmanti di quanto gli esperti avrebbero previsto nel 2007 e darebbe sostanzialmente ragione ai clima-scettici. Di diversa opinione invece il New York Times, che sostiene che i dati sarebbero invece fin troppo prudenti.

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Alle 11.09 (ora italiana) di venerdì scorso l’agenzia spaziale americana (Nasa) ha lanciato il satellite Glory che avrebbe dovuto, una volta in orbita, raccogliere dati su vari fattori che influenzano il clima del nostro pianeta. Ma tre minuti dopo il decollo i dati telemetrici in mano ai controllori del volo indicavano la presenza di un problema. Un satellite viene lanciato grazie all’uso di un razzo che lo trasporta fino a lanciarlo alla massima velocità verso il limite dell’atmosfera terrestre. Una parte del razzo (quella che copriva Glory sulla rampa di lancio) avrebbe dovuto staccarsi, ma questo, per ragioni non ancora accertate, non è avvenuto, causando un aumento del peso del “convoglio” e una diminuzione della sua velocità. “Tutti i dati in nostro possesso ci dicono – ha dichiarato il direttore del lancio Omar Baez – che il satellite e il missile sono da qualche parte nell’Oceano Pacifico meridionale”. Il razzo utilizzato per il decollo, il Taurus XL, è stato usato nove volte dalla Nasa nelle proprie missioni: a partire dal 1994 per sei volte ha volato con successo ma in tre occasioni, compresa quella odierna, ha fallito. In realtà si è trattato del secondo tentativo da parte dell’ente spaziale americano di mandare in orbita un satellite sospinto da un razzo Taurus; la prima volta, nel 2009, gli statunitensi provarono a far partire OCO (Orbiting Carbon Observatory) ma anche in quell’occasione il razzo non si rivelò all’altezza del compito. Il lancio di venerdì scorso rappresentava il rientro operativo del Taurus dall’epoca del fallimento del 2009. Glory, costruito da Orbital Sciences Corporation, trasportava due strumenti: uno per misurare l’energia totale proveniente dal Sole e l’altro per osservare il comportamento delle particelle atmosferiche e la loro capacità di assorbire o restituire energia.



Un team di ricercatori guidato dalla University of Southern Denmark e dalla Scottish Association for Marine Science, utilizzando un sottomarino hi-tech (senza equipaggio e in grado di resistere a pressioni elevatissime) ha investigato le profondità abissali (10.901 metri) della fossa oceanica più profonda conosciuta dall’uomo, quella delle Marianne. I primi risultati dello studio indicherebbero una funzione della fossa paragonabile a quella di un vero e proprio pozzo di carbonio, con un ruolo importante nella regolazione chimica e climatica del nostro pianeta. Il professor Ronnie Glud, della University of Southern Denmark e a capo della ricerca, ha dichiarato: “E’ la prima volta che siamo in grado di inviare strumenti sofisticati capaci di misurare la quantità di carbonio seppellita là sotto”. Lo speciale mezzo sottomarino utilizzato era equipaggiato con dei sensori speciali “impacchettati” nel titanio per impedire che la fortissima pressione dell’acqua li distruggesse. Per raggiungere il punto più profondo della Fossa delle Marianne sono state necessarie tre ore. Il sottomarino era stato programmato per effettuare un certo numero di rilevazioni e test per poi risalire autonomamente in superficie. Nel 1960, Don Walsh e Dan Pickard, primi e unici finora, si avventurarono nell’abisso raggiungendo i 10.901 metri del punto chiamato Challenger Deep. “Il nostro principale interesse – ha detto il professor Glud – è scoprire la quantità di materiale organico, prodotto dalle alghe e dai pesci che vivono nelle acque soprastanti, che va a finire laggiù, ma anche quanto di questo venga poi divorato dai batteri e degradato e quanto finisca solo per accumularsi sul fondo. Riuscire a definire il rapporto tra il materiale organico sepolto e quello degradato è la chiave di volta per determinare le concentrazioni di biossido di ossigeno e di carbonio degli oceani e dell’atmosfera. Questo dato ci fornisce un quadro generale su come il mare sia in grado di catturare e sequestrare carbonio nel ciclo globale”. Nonostante le fosse oceaniche rappresentino il 2 per cento di tutta la superficie marina, gli studiosi ritengono abbiano un ruolo molto importante e sproporzionato rispetto alle proprie dimensioni. Le fosse sono infatti strutturate come vere e proprie trappole per il carbonio, arricchite dal materiale organico che proviene dalle migliaia di metri che servono per arrivare alla superficie. Il prossimo passo della ricerca prevede di definire esattamente il rapporto tra il carbonio divorato dai batteri e quello sepolto in fondo al mare e compararlo con quello di altre zone oceaniche. Il raggiungimento di questo obiettivo, sostengono i ricercatori, consentirà loro di migliorare la conoscenza sul ruolo svolto dalle fosse oceaniche sul clima.