Un team di ricercatori guidato dalla University of Southern Denmark e dalla Scottish Association for Marine Science, utilizzando un sottomarino hi-tech (senza equipaggio e in grado di resistere a pressioni elevatissime) ha investigato le profondità abissali (10.901 metri) della fossa oceanica più profonda conosciuta dall’uomo, quella delle Marianne. I primi risultati dello studio indicherebbero una funzione della fossa paragonabile a quella di un vero e proprio pozzo di carbonio, con un ruolo importante nella regolazione chimica e climatica del nostro pianeta. Il professor Ronnie Glud, della University of Southern Denmark e a capo della ricerca, ha dichiarato: “E’ la prima volta che siamo in grado di inviare strumenti sofisticati capaci di misurare la quantità di carbonio seppellita là sotto”. Lo speciale mezzo sottomarino utilizzato era equipaggiato con dei sensori speciali “impacchettati” nel titanio per impedire che la fortissima pressione dell’acqua li distruggesse. Per raggiungere il punto più profondo della Fossa delle Marianne sono state necessarie tre ore. Il sottomarino era stato programmato per effettuare un certo numero di rilevazioni e test per poi risalire autonomamente in superficie. Nel 1960, Don Walsh e Dan Pickard, primi e unici finora, si avventurarono nell’abisso raggiungendo i 10.901 metri del punto chiamato Challenger Deep. “Il nostro principale interesse – ha detto il professor Glud – è scoprire la quantità di materiale organico, prodotto dalle alghe e dai pesci che vivono nelle acque soprastanti, che va a finire laggiù, ma anche quanto di questo venga poi divorato dai batteri e degradato e quanto finisca solo per accumularsi sul fondo. Riuscire a definire il rapporto tra il materiale organico sepolto e quello degradato è la chiave di volta per determinare le concentrazioni di biossido di ossigeno e di carbonio degli oceani e dell’atmosfera. Questo dato ci fornisce un quadro generale su come il mare sia in grado di catturare e sequestrare carbonio nel ciclo globale”. Nonostante le fosse oceaniche rappresentino il 2 per cento di tutta la superficie marina, gli studiosi ritengono abbiano un ruolo molto importante e sproporzionato rispetto alle proprie dimensioni. Le fosse sono infatti strutturate come vere e proprie trappole per il carbonio, arricchite dal materiale organico che proviene dalle migliaia di metri che servono per arrivare alla superficie. Il prossimo passo della ricerca prevede di definire esattamente il rapporto tra il carbonio divorato dai batteri e quello sepolto in fondo al mare e compararlo con quello di altre zone oceaniche. Il raggiungimento di questo obiettivo, sostengono i ricercatori, consentirà loro di migliorare la conoscenza sul ruolo svolto dalle fosse oceaniche sul clima.

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