Category: Leggere, vedere, ascoltare




No, non dirmi come va a fiire altrimenti non lo leggo più! Niente di più falso.
Gli inglesi lo chiamano spoiler e sostanzialmente è un termine utilizzato per segnalare informazioni che in una trama di un film o di un libro lasciano trapelare la conclusione. Ora una ricerca rivela che lo spoiler non rovina il gusto di concludere il libro o il film. Anzi. La University della California di San Diego ha promosso infatti uno studio in cui risulta sapere anticipatamente il finale non solo non rovina il piacere della fruizione, ma pare addirittura che motivi di più il consumatore. E come commenta l’autore dello studio, Nicholas Christenfeld, le conclusioni dei ricercatori potrebbero sovvertire le regole base della sceneggiatura.

Ma Richard Levinson e William Link, con il loro Colombo (il Tenente interpretato da Peter Falk) lo avevano già intuito negli anni Sessanta, quando ribaltarono lo schema del giallo perfetto e il il «whodunit» di matrice inglese. In Colombo si sapeva sin dalle prime sequenze come andava a finire perchè si vedeva l’assassino. Eppure Peter Falk ti teneva nchiodato ugualmente. Anzi…

continua su Corriere.it



Abbandonato da tempo il giovanile pseudonimo di Cougar, Mellencamp dà alle stampe un inatteso disco con sonorità che sembrano pescare a piene mani nelle radici dello sterminato songbook tradizionale americano con un occhio di riguardo a Bob Dylan (con il quale, guarda caso, John ha portato avanti un lungo tour estivo in compagnia anche di Willie Nelson). Ma ciò che permea queste registrazioni è il desiderio di tornare indietro nella musica (e con la fantasia, nel tempo) a cominciare dal metodo adottato per incidere: T-Bone Burnette, produttore, chitarrista e amico di Mellencamp, ha registrato le canzoni di No Better Than This (al dodicesimo posto tra i trenta dischi dell’anno secondo Rolling Stone) con un registratore portatile Ampex del 1955 e i musicisti tutti riuniti attorno a un microfono. Ma ancora più fondamentali sono state le tre location scelte per registrare l’album. La stanza 414 dello Sheraton Gunter Hotel di San Antonio (Texas) dove Robert Johnson incise, nel novembre del 1936, pietre miliari come Sweet Home Chicago e Crossroads. La First African Baptist Church di Savannah (Georgia), fondata nel 1773 e nota per essere la prima congregazione battista nera degli Usa. E infine i Sun Studios di Memphis (Tennessee), “dove tutto era esattamente come quando lì registravano Elvis Presley e Johnny Cash – ha raccontato T-Bone Burnette – C’erano delle grosse x tracciate sul pavimento con il nastro isolante che corrispondevano ai punti dove dovevano stare i vari strumenti, li aveva decisi Sam Philips (storico boss discografico che ha prodotto tutti i grandi nomi del primo rock’n roll)”. Tutto quanto raccontato fin qui basterebbe a rendere curiosi del nuovo lavoro di John Mellencamp ma chi si avvicinerà a No Better Than This rimarrà affascinato dalla sfilza di canzoni senza tempo che il buon John è riuscito a mettere in fila. Apre le danze, con il suo incedere malinconico, Save Some Time To Dream (eseguita in anteprima il 17 maggio 2009 nel corso di una raccolta fondi a sostegno di Barack Obama) dedicata “alla libertà individuale e di pensiero e al controllo che abbiamo sulle nostre vite”. La traccia numero tre si intitola Right Behind Me ed è uno scarno blues acustico arricchito da un suadente violino, si tratta della canzone incisa al Gunter Hotel nella stanza di Robert Johnson. Ma le tredici tracce sono tutte stracolme di suoni che possono apparire già sentiti perchè appartengono a una tradizione, quella americana che ha creato i gusti musicali di mezzo mondo, ma che proprio nella loro familiarità trovano un valore aggiunto. Si va dall’hillibilly al tempo di valzer, il tutto imbevuto di folk alla Woodie Guthrie e blues del Delta, passando per il rock e il country. Le canzoni parlano di lavori perduti, di solitudine e di mal di vivere, il tutto visto attraverso lo sguardo disincantato di un rocker e di un uomo maturo. A proposito delle registrazioni Mellencamp ha dichiarato: “Volevo fare questo disco e farlo in questo modo. E se non posso fare come voglio, a questo punto della mia vita, non faccio proprio nulla”. Come le definisce il suo autore: “Sono canzoni vere suonate da veri musicisti, un insieme inaudito ai giorni nostri. Musica reale per gente reale”.



Vita, senza articolo, è il titolo dell’autobiografia di Keith Richards che racconta l’esistenza del piratesco chitarrista dei Rolling Stones. Keith è ben più di un semplice chitarrista, è metà dell’anima luciferina del gruppo tanto quanto il suo sodale/nemico Mick Jagger. Proprio su di lui, e sulle dimensioni del suo pene, si sono scatenate le anticipazioni ma, leggendo il libro, si capisce come si tratti di un ennesimo fugace sberleffo al compare di sempre (che peraltro non ha esitato a definire Richards un tossico) e al politically correct. In Life si assiste alla genesi e allo sbocciare del talento di Keef (soprannome che solo i più intimi usano con lui), dall’innamoramento per la chitarra del nonno (che non lo invogliava a suonare e non gli lasciava toccare lo strumento, in principio) alla prima canzone imparata (Malaguena), la scuola, i bulli, l’Inghilterra del dopo guerra sullo sfondo, l’amicizia con Mick, di estrazione più borghese e la musica. Tanta musica, a partire dalla prima infatuazione per Heartbreak Hotel di Elvis Presley, ascoltata nella notte da un giovanissimo Keith su Radio Lussemburgo. L’attenzione, al limite della maniacalità, per il suono delle chitarre e un piccolo taccuino risalente ai tempi dell’adolescenza di Richards con annotati i 45 giri e gli LP da acquistare e le ragazze con le quali “intrattenersi”. Life spiega il fermento della Londra degli anni Sessanta visto con gli occhi di chi, in breve tempo, si è ritrovato a passare dallo stato di semplice ragazzo inglese a star mondiale. Keith Richards racconta di come Satisfaction, canzone che spalancò le porte del successo per gli Stones, gli venne in mente mentre stava dormendo e di come l’abbia registrata con solo una chitarra acustica e un registratore a cassette, scoprendo soltanto il mattino seguente di avere inciso il brano unitamente a quaranta minuti di silenzio interrotto soltanto dal suo russare. Ovviamente, viste le attitudini del personaggio, non potevano mancare le droghe, quasi tutte, i farmaci e l’alcol. Tutto ebbe inizio con gli acidi, poi fu il momento di marijuana, hashish e cocaina e, infine, l’eroina, in un continuo saliscendi tra la vita e la morte, con arresti, processi, cauzioni, giudici e avvocati, poliziotti e spacciatori, principi e duchesse a intrecciare le proprie vite con quello che veniva definito “uno dei dieci musicisti più prossimi alla morte” sulla scia di Jim Morrison e Jimi Hendrix. Ma in mezzo a tutte queste tempeste Keith impara a usare l’accordatura aperta di Sol, utilizzando solo cinque corde e partorisce canzoni a getto continuo con riff micidiali, stringe un’amicizia ad alto contenuto di stupefacenti con Gram Parsons, genio innovatore della musica country, si fidanza con Anita Pallenberg, ex di Brian Jones, che gli darà due figli (mentre dalla seconda moglie, Patti Hansen, avrà due femmine), suona, collabora, compone e riesce persino ad andare in tour. Keith, aldilà delle sue dissipazioni, è un maniaco del lavoro e della perfezione del suono; in sala d’incisione, costringe tutti a sessioni infinite nel corso delle quali è quasi sempre l’unico a non crollare (racconta di non avere dormito per nove giorni di fila). Ci sono gli amici: John Lennon, il sassofonista Bobby Keys, Gram Parsons (i migliori amici di sempre) Mick Jagger, Ronnie Wood e tanti altri, noti e sconosciuti. In Life si percepisce la delusione provata da Keith Richards nei confronti di Jagger, diventato col passare degli anni troppo interessato al jet-set e malato di egocentrismo al punto da far incazzare l’amico quando tentò di far partire una tournee come Mick Jagger e i Rolling Stones, cercando di relegare i suoi partner al ruolo di band di supporto. Nel 2003 Jagger è stato insignito del titolo di baronetto e Keith amaramente sottolinea come il Mick di un tempo avrebbe rifiutato un’onoreficenza da uno stato, l’Inghilterra, che li aveva costretti a fuggire per motivi fiscali e che li aveva perseguitati per la loro dedizione agli stupefacenti. Al tempo stesso, nonostante i giudizi severi, si sente l’affetto che lega i Glimmer Twins (soprannome del duo Jagger/Richards, del quale viene spiegata l’origine) e il legame che esiste tra i due. Si tratta di un libro infarcito di ricordi e testimonianze che svela piccoli retroscena della vita in tour (Richards e gli altri che deridono Jagger e le sue arie da primadonna chiamandolo Brenda) e le spettacolari possibilità di vita che si hanno quando si è una rockstar multimiliardaria. Traspare l’enorme amore per la musica dell’autore, vero e proprio animale musicale, in grado di suonare qualunque cosa con chiunque, dalla Giamaica a New York City. Viene fuori il Keith Richards che ti aspetti, a tratti rozzo, incivile, insensato ma, al tempo stesso, sublime creatore di musiche, amico fraterno e uomo con i piedi per terra. Tra colpi di pistola e buchi di eroina Richards (e Jagger) hanno fissato nelle loro composizioni (qui svelate nel loro modus generandi) i suoni di più generazioni, meritando ampiamente il titolo di più grande rock-band del mondo. Life è una possibilità di ascoltare il racconto di una vita normale sfociata in un’esistenza decisamente bizzarra e di cercare di seguire le vie della creatività di un uomo apparentemente destinato all’auto-distruzione, ma saldamente legato alla vita. Ladies and Gentlemen, Keith Richards.



Scusate il ritardo, il cui titolo allude al ritardo con cui Troisi fece il suo secondo film (rispetto alla prima pellicola, Ricomincio da Tre) è un film sulle differenze di genere, ma è anche un film che celebra la sostanza nell’amore, anche quando non c’è la capacità e la possibilità di avere la forma e di verbalizzare un sentimento, regalando all’amore le parole che meriterebbe. Pasquale (Massimo Troisi) è disoccupato, meridionale, insicuro, sincero. Anna è un’amica di sua sorella, misurata, femminile, bella. Anche lei sincera. Tanto che quando a un funerale di famiglia avviene l’incontro galeotto tra i due, lei si tuffa in questo legame con entusiasmo, ma non lesina parole di insoddisfazione al povero Pasquale a fronte di una sua totale (seppur tenera) incapacità a dar voce a quanto prova. Troisi, ancora una volta, incarna il disagio e l’imbarazzo in modo struggente, come del resto fece nel suo primo film. Melodrammatico nel vivere le sue pene d’amore, quando lei gli dà l’ultimatum “o cambi o ci lasciamo”, Pasquale vive un periodo di grande dolore, aggravato dalla consapevolezza di non poter dare all’amata quanto gli chiede. Lui non riesce a dirle che ha delle belle gambe (che so, una cosa a caso, una cosa carina), non riesce a non pensare alla partita anche dopo un momento di intimità, non riesce a pronunciare le parole dell’amore. Nè forse quelle delle emozioni. Eppure ama Anna e lei ama lui. Anna dimostra di accoglierlo per come è, rivelando tutta la sua tenereza per quell’uomo-bambino così puro nella sua vergogna puerile di mostrare le emozioni. Ciononostante si aspettava qualcosa di diverso, sognava dichiarazioni e serenate, voleva chiacchierare, desiderava coccole ed esternazioni romantiche. Forse persino dei fiori. Le differenze tra i due, estremizzate, sono anche le differenze tra gli uomini e le donne, il modo in cui per secoli hanno vissuto l’amore, le aspettative, la maniera diamentralmente opposta di vivere le cose e di usare (o non usare) le parole, le lamentele ricorrenti delle femmine (non mi guardi mai) e lo sgomento maschile a fronte delle drammatizzazioni del gentil sesso. C’è tutto in questa pellicola, che racconta in modo ironico e delicato anche l’asincornia di tante storie d’amore che forse, per l’appunto, a volte sono cronologicamente sfasate. A fare da contorno al film c’è uno splendido Lello Arena nei panni di Tonino, lamentoso e appiccicoso amico che perseguita Pasquale con le sue sofferenze d’amore. Proprio dai dialoghi tra i due emergono alcune profonde verità, sottoforma dei consigli amicali di un Pasquale molto più saggio nella veste di amico che nella veste di innamorato (come tutti noi del resto). Il finale rimane aperto. Lui riesce a chiederle di restare, lei forse resta. E forse no. Ma la grande vittoria di Pasquale è essersi mostrato per come è. Un po’ come quando Tonino in lacrime confessa di averci messo anni a confessare alla fidanzata che non gli piaceva una sua pietanza: “Ora che lei mi ha lasciato (perchè sono brutto) dovrò ricominciare da capo”, urla straziato Tonino. “No – ribatte Pasquale -anzi, la prossima storia d’amore tu le dirai subito quello che non ti piace e partirai avvantaggiato”. E se lei ti ama resterà. Ecco, forse Anna rimane. A noi piace pensare così.

Regia Massimo Troisi
Soggetto Massimo Troisi
Sceneggiatura Anna Pavignano, Massimo Troisi
Produttore Mauro Berardi
Fotografia Romano Albani
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Antonio Sinagra
Scenografia Bruno Garofalo



Una piccola produzione, ma un grande successo, distribuito nel 2006. E’ la storia della famiglia Hoover di Albuquerque e del viaggio verso la California che intraprendono per consentire la partecipazione della figlia minore Olive, sette anni, a un concorso di bellezza per bambine. Il padre, Richard, tiene conferenze, con scarsissimo afflusso di pubblico, sui nove passi per raggiungere il successo e tenta disperatamente di pubblicare un saggio sull’argomento inseguendo un amico editore. La madre, Sheryl, è la persona che più di tutte tenta di mantenere l’equilibrio di una famiglia piuttosto disastrata ed è la sorella di Frank, omosessuale e massimo esperto di Marcel Proust, che ha appena tentato il suicidio in seguito alla fine della sua love story con un ragazzo, è stato licenziato dall’università e ha visto premiare da una fondazione il proprio rivale in amore. Il nonno, Edwin, è appena stato espulso da un pensionato per anziani a causa della sua malsana abitudine di sniffare eroina ed è l’allenatore della piccola Olive, che sogna di partecipare a un concorso di bellezza per aspiranti Miss America. Suo fratello, Dwayne, è un quindicenne devoto di Friedrich Nietzsche, che odia tutti e ha fatto un voto del silenzio, che dura da nove mesi, che intende portare avanti fino a quando i genitori non gli consentiranno di accedere all’accademia aeronautica. Dwayne comunica con i familiari scrivendo su un blocco le proprie parole. La piccola Olive si era classificata seconda alle selezioni regionali di Little Miss Sunshine, ma in seguito alla defezione della prima classificata, viene ammessa alle finali nazionali che si terranno a Redondo Beach in California. Nonno Edwin si occupa di allenare la bimba e di preparare con lei l’esibizione. La bambina dovrà essere accompagnata da tutta la famiglia che parte alla volta della California a bordo di uno scassatissimo pulmino Volkswagen T2. Poco dopo la partenza della famiglia si rompe la frizione del loro veicolo, cosa che li costringerà per tutto il percorso a partire spingendo il pulmino e saltarvi sopra, uno alla volta, mentre il padre è alla guida. Tra le varie peripezie che intralciano il viaggio della famiglia Hoover vale la pena ricordare la morte per overdose del nonno durante una sosta in motel e la successiva sottrazione di cadavere portato a termine dai suoi familiari per non arrivare in ritardo al concorso e il momento nel quale Dwayne scopre di essere daltonico (e quindi di non avere i requisiti per diventare un pilota) e ritrova la voce, anche solo per urlare la sua rabbia e frustrazione. Il ragazzo decide di non proseguire il viaggio e l’unica che riesce a convincerlo a risalire sul pulmino è Olive con un piccolo dolce abbraccio. Finalmente arrivati nell’hotel dove si tiene il concorsola famiglia si rende conto della differenza tra Olive, bruttina ma spontanea, e le altre aspiranti miss, bambine artificiose sostenute da genitori e famiglie apparentemente più normali degli Hoover. Il padre e il fratello della bimba non vorrebbero farla partecipare, ma Sheryl, assecondando il volere della figlia, la aiuta a indossare l’abito di scena, un frac con tanto di cilindro, e la manda sul palco. L’esibizione che aveva preparato con il nonno sembra più quella di una spogliarellista che quelle delle altre concorrenti, che invece si esibiscono in balletti e canti tecnicamente perfetti. La giuria impone ai genitori di interrompere il numero della figlia ma questi, al contrario, salgono sul palco con lo zio e il fratello e partecipano alle danze, finendo arrestati. Il film si conclude con un poliziotto che rilascia la famiglia a patto che la bambina non partecipi mai più a un concorso nello stato della California. Little Miss Sunshine è un road-movie incentrato sull’apparente anormalità di una famiglia sul punto di sfasciarsi, caratterizzato da personaggi originali e riusciti che mette a nudo le mostruosità (le piccole finte adulte dei concorsi di belllezza) delle cosidette famiglie normali. Gli Hoover sono strani, incasinati e afflitti da problemi di ogni genere ma, per sostenere un proprio membro, sono in grado di ricorrere a un’unità che chiunque vorrebbe nella propria famiglia.

Little Miss Sunshine
Titolo originale Little Miss Sunshine
Paese USA
Anno 2006
Durata 101 min
Regia Jonathan Dayton e Valerie Faris
Sceneggiatura Michael Arndt
Casa di produzione Big Beach Films, Third Gear Productions LLC, Deep River Productions, Bona Fide Productions
Fotografia Tim Suhrstedt
Montaggio Pamela Martin
Musiche Mychael Danna (compositore), DeVotchka (interprete principale)
Interpreti e personaggi
Greg Kinnear: Richard Hoover
Toni Collette: Sheryl Hoover
Steve Carell: zio Frank
Alan Arkin: Edwin Hoover
Abigail Breslin: Olive Hoover
Paul Dano: Dwayne Hoover



Pubblicato nel 1979 rappresenta l’addio al punk, o meglio a un solo genere, qualunque esso sia, della band inglese. 19 canzoni che spaziano dal rockabilly di New Cadillac allo ska di Rudie Can’t Fail, con i mezzo echi punk, suggestioni pop e aromi reggae, mescolati per creare uno degli ultimi grandi doppi album su vinile. Per la varietà degli stili e la capacità formidabile di fotografare un’epoca musicale nel suo divenire, London Calling è paragonabile al famoso Doppio Bianco dei Beatles. Il disco inizia con la title track, inno disperato dei giovani inglesi che riecheggia la stazione di identificazione della BBC, durante la Seconda Guerra Mondiale (This is London Calling….), a testimonianza della voglia di resistere a un mondo che sembra andare verso il declino. A seguire, in ordine sparso, molte altre gemme: Spanish Bomb, ispirata alla guerra civile spagnola, The Guns of Brixton, reggae bianco cantato dal bassista Paul Simonon con la citazione di The Harder They Come di Jimmy Cliff, Death or Glory, il motto dei Queen’s Royal Lancers dell’Esercito Britannico, usato per irridere le cariatidi del rock ancora in circolazione, il dolce reggae-calypso di Lover’s Rock, la furia reattiva di I’m Not Down, e, infine, la ghost-track, non segnalata sulla copertina, Train in Vain. Ma c’è dell’altro e molto di più nascosto tra i solchi di London Calling, c’è la maturità di una band che rappresenta il passaggio dall’incazzatura punk a una musica più ricca, meglio suonata e pensata anche con la testa anzichè solo con la pancia, ma che non rinuncia alla rabbia e alla reazione. La copertina, che ritrae Paul Simonon mentre sfascia il suo basso sulle assi del Palladium di New York, riprende, nelle scritte e nei colori, quella del primo disco di Elvis Presley, come per suggerire il passaggio del testimone della ribellione. London Calling ha venduto più di due milioni di copie nel mondo e la rivista Rolling Stone lo colloca, nella classifica dei Migliori 500 Album della storia del rock, all’ottavo posto assoluto.
LONDON CALLING:
1.London Calling – 3:20
2.Brand New Cadillac – 2:08 (Vince Taylor)
3.Jimmy Jazz – 3:54
4.Hateful – 2:44
5.Rudie Can’t Fail – 3:29
6.Spanish Bombs – 3:18
7.The Right Profile – 3:54
8.Lost in the Supermarket – 3:47
9.Clampdown – 3:49
10.The Guns of Brixton – 3:09 (Paul Simonon)
11.Wrong’em Boyo – 3:10 (Clive Alphonso [accreditato come “Alphanso”])
12.Death or Glory – 3:55
13.Koka Kola – 1:47
14.The Card Cheat – 3:49
15.Lover’s Rock – 4:03
16.Four Horsemen – 2:55
17.I’m Not Down – 3:06
18.Revolution Rock – 5:33 (Jack Edwards, Danny Ray)
19.Train in Vain – 3:09
THE CLASH:
Joe Strummer – voce, chitarra ritmica, pianoforte
Mick Jones – chitarra solista, voce, pianoforte
Paul Simonon – basso, voce
Topper Headon – batteria, percussioni
ALTRI MUSICISTI:
Mickey Gallagher – organo
The Irish Horns – fiati
MANAGEMENT.
Guy Stevens – produzione
Bill Price – capo ingegneria del suono
Jerry Green – ingegneria del suono
Pennie Smith – fotografia
Ray Lowry – design

Io e Annie



Consigliato a chi è innamorato. Ma anche a chi vive una relazione talvolta in salita e non sa più vederne gli aspetti unici. Io e Annie è una commedia deliziosa e delicata che vale la pena ciclicamente di rivedere, anche per riflettere sull’irrazionalità dei legami sentimentali e sulle diversità di genere, sul peso dell’infanzia nel futuro adulto e sul ruolo del tempo nelle storie d’amore. Il film inizia con Woody Allen impegnato a raccogliere i cocci di un rapporto importante e ormai conclusosi. Con amarezza e lucidità.
Lui è Alvy Singer (Woody Allen), comico, intellettuale, ebreo, psicanalizzato, tormentato, simpatico, ironico.
Lei è Annie Hall (Diane Keaton), cantante dilettante, insicura, bella, elegante, dolce, ingenua, nevrotica, ancora alla ricerca di un’identità, di un ruolo e di una passione.
Si incontrano durante una partita di tennis, amici di amici. Lei gli offre un passaggio in macchina e lo seduce con la sua guida pazza (“sei la persona che guida peggio dell’America, dell’Europa, di dovunque…”, “Hai fatto scuola guida sui carri-armati?”), con la sua intraprendenza e disponibilità, dimostrandosi sempre libera e desiderosa di conoscerlo (“Cos’hai un principio di lebbra che sei sempre libera?”), con il suo modo di vestirsi e con un bicchiere di vino.
Lui la conquista con il senso dell’umorismo, con la cultura e la voglia di farla crescere, con la sua sicurezza (celata da un’autocommiserazione) e il suo animo crepuscolare (“la vita è divisa in orribile e miserrima, se sei fortunato è miserrima”). Stanno insieme, si innamorano, si conoscono, si prendono in giro e poi arriva il deterioramento, la voglia di lei di andare oltre, la depressione di lui, l’allontanamento. Ma Io e Annie è una commedia romantica nevrotica e anche quando l’amore finisce non finisce del tutto. Forse è proprio quando lei inizia ad avere fiducia nelle proprie doti canore e in sé stessa e lui capisce che deve lasciarla andare che l’unicità del loro rapporto emerge con prepotenza. Prima scherzavano e andavano al cinema, facevano l’amore e passeggiate romantiche, ma soprattutto vivevano una quotidianità che credevano normale e che invece più tardi, ormai troppo tardi, si rivela straordinaria. Emblematica la scena degli astici: dovevano cucinarli vivi, lui e Annie, e Alvy era terrorizzato. Lei lo provocava, inseguendolo con un astice, lui rideva. In futuro Alvy si ritrovò nuovamente alle prese con una cena di astici in dolce compagnia. Ma niente fu più come prima. Nessuno rideva più, volti femminili si succedevano in quella cucina con sguardi perplessi (quando non disgustati) alla vista di Alvy e dei suoi astici. Si mancano Alvy e Annie, anche quando la morte del loro rapporto è ormai celebrata. Si mancano quando lei trova un orrendo e peloso ragno nel bagno e lo chiama nel cuore della notte, disturbandolo (ma nemmeno troppo) nel corso in uno dei suoi tentativi di dimenticarla, e lui corre, senza se e senza ma, per poi scoprire che era una cavolata e che lei era stata a un concerto rock, senza di lui, con un altro.
Galeotta nella fine dell’amore fu proprio la cultura, quella stessa cultura superiore che lui la incoraggia tanto a ottenere, fatta di corsi all’università, di libri sulla morte (e non solo sui gatti) e di psicanalisi. Lei cresce, si migliora, e poi vuole esplorare il mondo. Ma quando al loro ultimo incontro (in un bar dominato da un ombrellone con la scritta addio) lei arriva con un vestitino bianco anni settanta e una sciarpa casual-noglobal-ante litteram sembra bellissima, più sicura e più realizzata. Ma meno felice.
Forse sono destinati a mancarsi per sempre Alvy e Annie, anche se la vita va avanti. Per tutti e due.
E’ un film comico e divertente, ma anche molto amaro. Ad Alvy infine va la consolazione di inserire la propria storia sentimentale nel testo di una pièce teatrale, dove si prende la rivincita di farla durare per sempre, con lei che dice a lui: “Aspetta, io vengo con te. Mi fai impazzire”. Io e Annie nel 2000 è stato inserito al quarto posto della classifica delle migliori cento commedie statunitensi e al trentunesimo posto della classifica dei cento miglior film dall’American Film Institute. Nel film Allen utilizza variegate tecniche cinematografiche, dallo split screen ai sottotitoli che svelano agli spettatori i pensieri dei personaggi (ben diversi da ciò che stanno dicendo ad alta voce). Inoltre, qui per la prima volta Allen fa parlare i personaggi fuori campo, espediente che utilizzerà spesso nei suoi successivi film.
La morale della pellicola è nel finale, azzeccatissimo e illuminante: la metafora del fratello pazzo e delle sue uova spiega le storie d’amore e i loro segreti: un paziente dice al suo analista: “Mio fratello è pazzo, pensa di essere una gallina”. E l’analista: “Lo faccia internare”. E il paziente: “E poi a me chi me le fa le uova?”.
Perché le relazioni amorose sono quanto di più irrazionale e pazzo e assurdo esista. “Le storie d’amore esistono per questo – conclude Alvy – perchè la maggior parte di noi ha bisogno di uova”. Parola di Alvy Singer di Brooklyn, figlio di un giostraio e di una mamma castrante, ebreo e decisamente geniale, fin dai tempi in cui, piccolissimo e affetto da iperattività immaginativa, era in ansia perché “l’universo è in espansione e prima o poi esploderà…”.

Titolo originale Annie Hall
Paese Stati Uniti d’America

Anno 1977

Durata 89 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere commedia romantica
Regia Woody Allen

Soggetto Woody Allen, Marshall Brickman

Sceneggiatura Woody Allen, Marshall Brickman

Produttore Charles H. Joffe, Jack Rollins

Fotografia Gordon Willis

Montaggio Wendy Greene Bricmont, Ralph Rosenblum

Scenografia Mel Bourne

Interpreti e personaggi

• Woody Allen: Alvy Singer
• Diane Keaton: Annie Hall
• Tony Roberts: Rob
• Carol Kane: Allison Portchnik
• Paul Simon: Tony Lacey
• Shelley Duvall: Pam
• Janet Margolin: Robin
• Colleen Dewhurst: Mrs. Hall
• Christopher Walken: Duane Hall
• Donald Symington: Mr. Hall
• Helen Ludlam: Grammy Hall
• Mordecai Lawner: Mr. Singer
• Joan Neuman: Mrs. Singer
• Jonathan Munk: Alvy Singer a 9 anni
• Ruth Volner: zia di Alvy
• Martin Rosenblatt: zio di Alvy
• Hy Anzell: Joey Nichols
• Rashel Novikoff: zia Tessie



Si tratta di un disco che, sebbene imparagonabile alle opere fondamentali della band inglese, rappresenta un aggiornamento della musica degli Stones. Registrato nel 1978, in piena era punk e disco (e mentre Keith Richards attendeva di conoscere il verdetto del tribunale di Toronto che lo aveva processato per possesso di eroina), vede il gruppo di nuovo voglioso di fare musica dopo gli ultimi album un po’ tirati via. La line-up è quella classica con l’entrata, in pianta stabile, di Ron Wood. Ad aprire le danze, è il caso di dirlo, è Miss You , singolo del disco e hit mondiale, nella quale Jagger e i suoi compari dimostrano a tutte le disco-star di saper fare ballare le persone quanto e più di loro. Come spesso accade nei dischi degli Stones ci sono un paio di classiche canzoni di routine (in questo caso When the Whip Comes Down, Lies e Respectable) ma tutto il resto è veramente notevole. Come resistere infatti alla riproposizione di un vecchio successo della Motown come (Just) My Imagination o alla luciferina Some Girls, che oltre a dare il titolo all’album, causò non poche accuse di “maschilismo” ai suoi autori (grazie soprattutto al verso “Black girls just wanna get fucked all night”). Persino la copertinà creò problemi al management della band, inizialmente, infatti, sulla cover dovevano esserci immagini di donne famose, come Marylin Monroe, Liza Minnelli, Farah Fawcett e Raquel Welch, che minacciarono azioni legali costringendo i grafici a modificare il progetto. Ma, tornando alla musica, merita una menzione la country-ballad Far Away Eyes addolcita dalla slide di Ron Wood. E’ però in fondo al disco che il gruppo dà il meglio mettendo in sequenza la piratesca Before They Make Me Run, cantata da Keith Richards (che proprio in quell’anno aggiunse una s al suo cognome) su uno dei riff classici della band (per creare i quali secondo Keith sono necessari “cinque corde, due dita e un buco del culo”). A seguire arriva Beast of Burden (rifatta anche da Bette Midler, tra gli altri) che grazie alla chitarra di Richards e alla voce di Jagger si merita un posto nell’Olimpo delle canzoni dei Glimmer Twins. In chiusura ritorna l’approccio disco-newyorkese con Shattered dove, ancora una volta, il gruppo dimostra di non avere paura di misurarsi con le nuove sonorità, concludendo il disco come era iniziato e consegnando ai posteri una registrazione che, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.
Tracklist:
1 Miss You
2 When the Whip Comes Down
3 Imagination (Norman Whitfield/Barret Strong)
4 Some Girls
5 Lies
6 Far Away Eyes
7 Respectable
8 Before They Make Me Run
9 Beast of Burden
10 Shattered
The Rolling Stones:
Mick Jagger – lead vocals, backing vocals, electric guitar, and piano
Keith Richards – electric and acoustic guitar, backing vocals, bass guitar, and piano
Charlie Watts – drums
Ronnie Wood – electric, acoustic, pedal steel, and slide guitar, backing vocals, bass guitar, and bass drum
Bill Wyman – bass guitar and synthesizer
Additional personnel
Sugar Blue – harmonica
Mel Collins – saxophone
Simon Kirke – congas
Ian McLagan – organ and electric piano
Ian Stewart – piano