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Nel 1996 i ricercatori del Kaiser Permanent Center for Health Research Southeast di Atlanta hanno iniziato a seguire le abitudini sessuali di 1.398 ragazze (un terzo delle quali era appena stata vaccinato contro il papilloma virus). Al termine del periodo di osservazione, giunto nel 2010, non è emersa alcuna differenza comportamentale tra le ragazze protette dal virus e quelle indifese. E’ bene sottolineare che attualmente una ragazza su tre tra i 14 e i 19 anni è infettata dal papilloma virus e che una delle principali ragioni per le quali ancora molti genitori non sottopongono le figlie al vaccino (lo sostiene un’altra ricerca della Yale University) è il timore che queste abbiano in seguito una vita sessuale troppo “disinvolta”.

La pillola anti-sbronza



Arriva dagli Stati Uniti dove i ricercatori della Yale University hanno avviato la sperimentazione di un farmaco chiamato iomazenil su volontari con un’età compresa tra i 21 e i 35 anni. L’obiettivo è quello di mettere a punto ua medicina in grado di annullare alcuni degli effetti più dannosi dell’alcol. Nel corso della ricerca i volontari, dopo avere assunto lo iomazenil, potranno bere a volontà e infine si sottoporranno a un test di guida al simulatore. Gli scienziati americani sostengono che il farmaco potrebbe essere in grado di bloccare l’azione dell’alcol sul sistema nervoso centrale (di fatto “spegnendo” quei recettori cerebrali sensibili all’alcol), riducendo contemporaneamente i rischi per il fegato e per gli altri organi interni. “L’abuso di alcol è molto diffuso – ha sostenuto Deepak D’Souza, psichiatra della Yale University coinvolto nello studio – ma al momento non esiste alcun rimedio per l’intossicazione. Questo progetto è incentrato sullo iomazenil e sulla sua azione in casi di intossicazione alcolica oltre che sul tentativo di ridurre gli effetti dell’alcol sui guidatori”. Infine il farmaco messo a punto nei laboratori statunitensi potrebbe venire usato per combattere l’alcolismo cronico. Il futuro immaginato dagli studiosi di Yale è quindi quello fatto di persone che bevono, e pure molto, ma che al momento di tornare a casa buttano giù una pillolina, si mettono in macchina e guidano come se l’unica cosa scesa nella loro gola fosse stata l’acqua. Nel frattempo, un’altra ricerca inglese ha usato il naloxone (da tempo utilizzato per contrastare le overdose di eroina) per annientare le sbronze; la sostanza funziona sui topi, ma deve venir assunta in anticipo e cancella qualunque sensazione legata all’alcol. In Gran Bretagna, dove il problema dell’alcolismo è molto sentito, sono svariati gli istituti scientifici che rivolgono la loro attenzione al problema. Al momento, uno dei risultati più perseguiti è quello di creare un farmaco, rigorosamente liquido, che riproduca l’effetto dell’alcol nei suoi aspetti più piacevoli ma senza mai condurre all’ubriacatura, abbinandolo a un antidoto che ne elimina gli effetti istantaneamente. Le critiche mosse a questa opzione sono state parecchie e molte di queste hanno indicato nel fatto che non vi sia comunque la possibilità di fermare l’assunzione di finto alcol, una persona può liberamente berne oltre il limite consentito, e che non esista la certezza che dopo essersi intossicati (o ubriacati che dir si voglia) ci si ricordi di prendere l’antidoto, prima di salire in macchina.



Sul sito Planethunters.org è possibile esaminare 150 mila fotografie scattate dal telescopio spaziale Keplero. A chi si connette viene richiesto di osservarle alla ricerca di nuovi pianeti non individuati dai computer. Chi ne troverà uno di una certa importanza verrà accreditato della scoperta e il suo nome rimarrà indissolubilmente legato a quello del pianeta. Il cervello umano sarebbe particolarmente abile a trovare eventuali strani o inusuali, ha sostenuto l’esperto della Oxford University, Chris Lintott, anche se si tratta di stelle variabili, doppie o multiple che interagiscono con diversi pianeti. Alcuni corpi celesti sono già stati scoperti dal pubblico, da quando nello scorso anno il sito è stato allestito da un team internazionale di scienziati. Su Planethunters.org viene illustrato chiaramente come procedere e che cosa è necessario osservare per individuare un nuovo pianeta. Per i cacciatori di pianeti non sarà però possibile dare il proprio nome al frutto della propria indagine (ma gli scopritori verranno comunque eternamente ricordati su tutti i testi scientifici) poichè il corpo celeste deve derivare il proprio nome dalla galassia nella quale è stato individuato.



Charles Darwin sosteneva che la competizione fosse la forza trainante dell’evoluzione, ma secondo uno studio della University of Bristol, la conclusione alla quale è giunto il celeberrimo biologo potrebbe essere inesatta. Gli scienziati inglesi hanno utilizzato fossili risalenti fino a 400 milioni di anni fa per studiare i modelli d’evoluzione. Si sono concentrati sugli animali terrestri (mammiferi, rettili, uccelli e anfibi) per dimostrare che la quantità di biodiversità è praticamente proporzionale alla disponibilità di “spazio vitale” nel corso dei secoli. Lo spazio vitale, o nicchia ecologica, si riferisce alle particolari esigenze di un organismo per prosperare e comprende fattori come la disponibilità di cibo e un habitat favorevole. Lo studio suggerisce che i grandi cambiamenti evolutivi siano avvenuti quando gli animali si sono spostati in grandi aree non occupate da altri. Per esempio quando gli uccelli hanno sviluppato la capacità di volare si è aperta per loro una vasta gamma di nuove possibilità non disponibili per gli altri animali. Allo stesso modo, in seguito all’estinzione dei dinosauri, i mammiferi hanno occupato tutti gli spazi dove vivevano i grandi rettili, diventando la specie dominante. Secondo il professor Mike Benton, coautore dello studio: “La competizione non ha avuto un grande ruolo nel modello globale dell’evoluzione”. Ma non tutti sono d’accordo con le conclusioni dello studio inglese infatti il professor Stephen Stearns, un biologo evoluzionista della Yale University, ha dichiarato di trovare i modelli evolutivi proposti interessanti ma problematici da interpretare: “Se i rettili che occupavano la Terra durante il Mesozoico non fossero stati competitivamente superiori ai mammiferi, perchè questi hanno iniziato a espandersi solo dopo l’estinzione dei dinosauri, avvenuta al termine di quell’Era? E più in generale, che cosa spinge un animale a occupare una nuova porzione di territorio se non la necessità di evitare la concorrenza con le specie che popolano altre zone?”



Uno studio della Yale University sostiene che per smettere di fumare sia necessario un allenamento mentale che prevede uno stop alle emozioni e un impegno del pensiero logico sulle conseguenze a lungo termine della cattiva abitudine al fumo. Utilizzando l’imaging a risonanza magnetica funzionale, gli studiosi americani hanno osservato l’attività cerebrale dei fumatori mentre venivano loro mostrate immagini di sigarette o di cibo. I ricercatori hanno chiesto a 21 fumatori di resistere alla voglia di fumare pensando ai danni che questa causerà alla loro salute. Grazie alla risonanza magnetica hanno potuto osservare che quando tentavano di resistere, la loro parte del cervello deputata al controllo delle emozioni (lobo prefrontale) aumentava la propria attività mentre quella relativa alle necessità diminuiva. “Abbiamo individuato una strada- ha detto Kevin Ochsner, psicologo della Columbia University e coautore dello studio- Il lobo prefrontale si attiva, il corpo striato si placa e la necessità sparisce”.