In Nepal, una delle nazioni più povere del mondo, per un genitore finire in prigione significa spesso abbandonare i propri figli in mezzo a una strada con tutti i pericoli e le carenze che ne conseguono. L’alternativa è quella di portare con sé i bambini dietro alle sbarre. Secondo il Dipartimento delle carceri nepalese attualmente sono circa ottanta i bimbi che vivono nelle prigioni. Per molti di loro l’unica possibilità di accedere agli studi, al cibo e alle cure mediche è rappresentato da Pushpa Basnet, ventottenne di Kathmandu, e alla sua organizzazione non governativa Early Childhood Development Center, grazie alla quale molti piccoli nepalesi hanno potuto abbandonare il carcere. Tutto ha avuto inizio nel 2005 quando l’allora ventunenne Pushpa, figlia di genitori benestanti, si trovò nel corso dei suoi studi a visitare una prigione femminile. La giovane rimase scioccata dalle misere condizioni di vita delle prigioniere e ancora di più la turbò la presenza di bambini all’interno della struttura. Una piccola, innocente carcerata si avvicinò a Pushpa e dopo essersi aggarppata alle vesti della ragazza le regalò uno splendente sorriso. “E’stato come se mi avesse chiamato – ricorda oggi Pushpa Basnet – Sono tornata a casa e ne ho parlato con i miei genitori, ma loro mi hanno detto che era una situazione normale e che in un paio di giorni mi sarei dimenticata di tutto. Ma non l’ho fatto”. Da quel momento la giovane nepalese avviò un programma di sostegno giornaliero per i piccoli detenuti, nonostante il parere contrario della sua famiglia (che comunque l’aiutò economicamente) e lo scetticismo di secondini e funzionari delle carceri e persino quello dei detenuti che la ritenevano troppo giovane e inesperta per affrontare l’impresa. “Quando ho iniziato, nessuno credeva in me . rammenta ancora Pushpa – La gente credeva che fossi pazza e mi derideva”. Ma la sfiducia che la circondò non fu sufficiente a farla desistere dai suoi obiettivi e, dopo avere raccolto le donazioni di alcuni conoscenti, affittò una casa e iniziò ad arredarla con mobilio ed elettrodomestici provenienti dalla sua abitazione. Dopo soli due mesi dalla sua prima visita alla prigione, Basnet si prese cura di cinque bambini: ogni giorno andava a prenderli in prigione, li portava al centro e nel tardo pomeriggio li riportava in carcere. Due anni dopo Pushpa fondò la Butterfly Home, una residenza per bambini dove la ragazza andò ad abitare e dove vive a tutt’oggi. A partire dal 2005 sono stati più di cento i bambini che hanno usufruito del programma ideato dalla giovane nepalese che, sebbene attualmente disponga di un piccolo staff di aiutanti, continua a occuparsi personalmente della cucina, della lavanderia e della spesa per il centro. “E’ meraviglioso – sostiene l’infaticabile Pushpa – e non mi stanca mai. I bambini mi danno l’energia con i loro sorrisi. Non ho mai saltato un giorno, ma per me sarebbe dura non vedere i bimbi quotidianamente. Con loro sono felice”. Tutti i bambini sono alla Butterfly Home con il consenso dei genitori: quando Basnet viene a sapere di un piccolo detenuto con un genitore, si reca immediatamente anche nel più sperduto carcere del paese e offre ai padri e alle madri l’opportunità di fare uscire i propri figli dalla prigione. Tra gli obiettivi di Pushpa c’è anche quello di mantenere vivi i rapporti tra genitori e figli, infatti quando gli impegni scolastici lo consentono, accompagna i piccoli a trovare madri e padri, fornendo loro cibo, vestiti e acqua pulita durante il soggiorno. Inoltre a partire dal 2009 Basnet ha dato il via a un programma per insegnare ai genitori reclusi come realizzare piccoli oggetti di artigianato che vengono in seguito venduti per raccogliere fondi per il centro. Grazie a questo progetto padri e madri non solo hanno la possibilità di acquisire abilità che potranno usare una volta sconatata la pena, ma partecipano attivamente al mantenimento dei propri figli. I bambini che vivono nel centro invece realizzano delle cartoline che Pushpa vende, così come ha fatto in passato con tutti i suoi gioielli, sacrificati per mantenere la Butterfly House. Ma tanti sacrifici non sono vani e per Pushpa Basnet (che i piccoli del centro chiamano Mamu, mamma) il premio più grande viene proprio dai suoi assistiti. “La mia vita sarebbe stata più buia senza di lei – ha detto la quattordicenne Laxmi Tamang, figlia di una donna detenuta per traffico di droga – Avrei avuto una vita molto triste, ma non è andata così grazie a Pushpa”.