Negli ultimi decenni uccidere i mammiferi marini per trasformarli in cibo è un fenomeno in netto aumento in tutto il mondo. I maggiori responsabili sono spesso i pescatori di zone tropicali che catturano gli animali con le reti in aree nelle quali non esiste alcun controllo sulla pesca di animali protetti. Secondo uno studio, pubblicato sul giornale Biological Conservation “è ormai chiaro che il consumo di mammiferi marini da parte dell’uomo è geograficamente diffuso, tassonomicamente differenziato e spesso dall’incerta sostenibilità – hanno scritto Martin Robards della Wildlife Conservation Societydell’Alaska e Randall Reeves della canadese Okapi Wildlife Associates, autori della ricerca – Dal 1990, le persone che vivono in almeno 114 paesi hanno mangiato la carne di una o più delle 87 specie di mammiferi marini esistenti”. Negli ultimi trent’anni, il numero delle nazioni nelle quali è stato registrato il consumo a fini alimentari di mammiferi marini è passato da 107 a 125, a subire il maggiore incremento nel prelievo sono stati i piccoli cetatcei come i delfini e le focene. ” La nostra ricerca evidenzia che a partire dagli anni Settanta si è verificata un’escalation nella cattura dei piccoli cetacei – scrivono ancora i due scienziati – catturati accidentalmente durante le normali attività di pesca. Dove invece il consumo è collegato alla povertà e al bisogno di cibo abbiamo le prove dell’uccisione deliberata di animali catturati sia incidentalmente che volontariamente, con attrezzi da pesca”. I mammiferi marini rappresentano il 6 per cento delle 1.400 specie che, dal mare, ogni giorno finiscono sulle nostre tavole, ma la tendenza suggerisce che sia il tempo di agire prima che una o più popolazioni vengano sterminate e cancellate dalla faccia della Terra. Fra i maggiori consumatori di delfini, balene, foche, leoni di mare e persino trichechi vi sono gli stati dell’Africa occidentale, il Perù, il Brasile, la Colombia, Trinidad and Tobago, il Madagascar, lo Sri Lanka, l’India, le Filippine e Burma.