Spesso chi giudica la pena di morte come una barbarie o un’inutile vendetta portata avanti da un intero stato, si sente chiedere “Ma se uccidessero un tuo familiare, la penseresti ancora così?” Negli Stati Uniti la pena capitale è prevista in trentaquattro stati su cinquanta e, dal 1967 ad oggi, i principali sondaggi condotti sulla popolazione confermano che la maggior parte dei cittadini americani era e resta favorevole alla sua applicazione. Molte sono le associazioni che in tutto il mondo si battono affinché venga abolita la pena di morte, ma negli Usa ve ne sono due davvero particolari. Si tratta di Murder Victims’ Families for Reconciliation e Murder Victims’ Families for Human Rights: entrambe accolgono tra le loro fila un gran numero di familiari di persone assassinate e persino qualche parente di colpevoli giustiziati. Alcuni sostengono la causa per ragioni religiose, altri per ideologia politica, ma altri ancora per semplici sentimenti umani. Charisse Coleman, per esempio, non prova nessuna compassione per Bobby Lee Hampton, l’uomo che ha ucciso suo fratello Russel con tre colpi di pistola nel 1995, al Thrifty Liquor Store di Shreveport (Louisiana). “La mia opposizione alla pena di morte non ha niente a che fare con Bobby Lee Hampton – ha detto la donna – E’ cattivo e non diventerà mai una brava persona. Se mi chiamassero per dirmi che è rimasto stecchito nella sua cella non me ne importerebbe granché, ma sarei dannata se lasciassi che quell’uomo rendesse anche me una vittima, facendomi percorrere la strada dell’amarezza e della vendetta”. Andre Smith, sessantenne di Raleigh (North Carolina) era il consigliere spirituale dei detenuti del Nash Correctional Institution da cinque anni quando la sua fede venne messa a dura prova. Suo figlio Daniel, ventunenne, venne ucciso a coltellate nel bagno di un locale notturno di Raleigh, per avere fatto cadere la birra di un altro avventore, Wallace Bass, che si trovava lì per festeggiare il suo ventiquattresimo compleanno. Il signor Smith ricorda che sua moglie svenì quando in una mattina di dicembre del 2007, i poliziotti recarono la terribile notizia: “E’ stato come se qualcuno mi avesse strappato le budella. E’ stata la peggior cosa che io abbia mai sentito nella mia vita – rammenta il padre del ragazzo – ricordo di essermi ritrovato seduto sul sedile posteriore di un’auto della polizia (veniva accompagnato a riconoscere il cadavere) senza riuscire a pensare a niente”. Nonostante l’immenso dolore Andre Smith e sua moglie hanno perdonato l’assassino del figlio (Bass è stato condannato all’ergastolo). Ma i due coniugi hanno voluto sottolineare che la loro decisione non ha niente a che fare con la religione: “il perdono è il frutto di anni nei quali si è stati in grado di provare compassione, così come le aggressioni violente lo sono di anni di rabbia”. Jan Brown di Houston (Texas) non riesce a spiegarsi la sua avversione per la pena di morte, ma sa che è così da sempre, anche se sua figlia Kandy è stata uccisa a soli nove anni. Il 12 maggio 1987, la bimba, scesa dall’autobus che la portava a casa da scuola, è sparita nel nulla per due settimane. Il suo corpo già in fase di decomposizione è stato ritrovato in un bosco a qualche miglio da casa sua. Kandy aveva le mani legate dietro alla schiena ed era stata uccisa con un solo colpo di pistola alla testa. L’assassino, James Otto Earhart (un uomo di quasi duecento chili di peso), aveva rapito la bambina con l’intenzione di abusarne sessualmente. L’11 agosto 1999 l’uomo venne giustiziato con un’iniezione fatale. Jan Brown aveva chiesto agli inquirenti di non condannare a morte l’assassino di sua figlia: Forse sono egoista – aveva dichiarato – forse mi potrà dire quali sono state le ultime parole della mia bambina, forse mi spiegherà perchè è morta. Forse perchè penso che sia una cosa barbara. E forse perchè se uno degli altri miei figli si trovasse in una situazione del genere, non vorrei venisse giustiziato”. La signora Brown racconta di dodici anni d’inferno, a partire dall’esecuzione di Earhart, e sostiene che per il procuratore è stato più importante mantenere la reputazione di durezza contro il crimine del Texas, che aiutare la sua famiglia a superare il dramma. Dal 1976 ad oggi ci sono state 1.271 esecuzioni capitali negli Stati Uniti (475 nel solo Texas) mentre nel corso del 2010 sono state 112. Molti sostengono che vi sia un evidente pregiudizio razziale nell’applicazione della pena di morte: il 56 per cento dei giustiziati è afro-americano a fronte del 35 per cento di bianchi. Mentre a concludersi con la pena più aspra sono spesso i processi nei quali la vittima è un bianco (76 per cento) piuttosto che un nero (15 per cento). Inoltre è utile ricordare che soltanto il primo giorno di marzo del 2005, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito a maggioranza (cinque voti contro quattro) l’incostituzionalità della pena di morte nei confronti dei minorenni all’epoca del reato. In Cina (ma i dati forniti da Amnesty International sono semplicemente una stima poiché le autorità cinesi rifiutano di fornire le cifre in loro possesso) nel solo 2010 sono state più di mille.