La sera di domenica 27 luglio 1890, Vincent Van Gogh fece ritorno al suo alloggio, nel caffè-locanda gestito dai coniugi Ravoux, nella piazza del municipio di Averse-sur-Oise, un villaggio a 30 chilometri da Parigi. Tornava, come al solito, dalle campagne circostanti dove si recava a dipingere. Il signor Ravoux, proprietario degli alloggi, non vedendo presentarsi a cena il pittore olandese, si recò nella sua stanza dove lo trovò a letto sanguinante con una ferita al petto causata da un colpo di pistola. Al suo amico e medico curante dottor Gachet (fu su suo consiglio che Van Gogh eseguì la sua unica acquaforte, con soggetto proprio Gachet) disse:” Volevo uccidermi, ma ho fatto cilecca” e da subito manifestò l’intenzione di “riprovarci”. A suo fratello Theo, in compagnia del quale trascorse (fumando la pipa) le ultime ore della sua vita, confidò che “la tristezza non avrà mai fine”. Poche ore dopo morì all’età di trentasette anni. Questa è la storia conosciuta fino a oggi, ma le cose non starebbero proprio così, infatti Steven Naifeh e Gregory White Smith (due storici dell’arte americani già vincitori del premio Pulitzer per il loro Jackson Pollock: An American Saga) la sovvertono completamente nella nuova biografia intitolata Van Gogh: the Life, arrivando a sostenere che Van Gogh sia stato ferito accidentalmente da due ragazzi del posto, a causa del cattivo funzionamento dell’arma. I due autori sono giunti alla loro conclusione dopo 10 anni di studi che li hanno visti coadiuvati da più di venti tra traduttori (sono state esaminate alcune lettere scritte da Vincent al fratello Theo, mai tradotte) e ricercatori. La descrizione dell’accaduto (una tesi analoga venne sostenuta dal famoso storico dell’arte tedesco John Rewald che visitò Auvers negli anni 30) è meticolosa e sorprendente. A fornirla è stato uno degli autori del volume dedicato al pittore olandese. Steven Naifeh ha infatti dichiarato che “i due ragazzi, uno dei quali (il sedicenne Renee Secretan) vestito da cow boy e proprietario della pistola, erano noti compagni di bevute di Van Gogh. Quindi abbiamo due teenager con una pistola che funziona male, un ragazzo che ama giocare ai cowboy e tre persone che probabilmente hanno bevuto troppo”. Secondo Naifeh e Smith si trattò di un omicidio involontario e Van Gogh non aveva alcuna intenzione di togliersi la vita ma, quando questa gli si presentò davanti, “lui l’abbracciò”, intendendola come atto d’amore nei confronti del fratello Theo, per il quale riteneva di rappresentare un peso. Inoltre dichiarando di aver perseguito il suicidio, volle anche scagionare i due ragazzi che accidentalmente lo avevano ferito. Il curatore del Van Gogh Museum di Amsterdam, Leo Jansen, ha dichiarato che “molte domande sono rimaste senza risposta”, ma di ritenere prematuro escludere il suicidio di Van Gogh. In The Life sono contenute molte altre “rivelazioni” su uno dei pittori più noti al mondo: si viene a sapere, per esempio, che la famiglia del pittore intendeva affidarlo a un istituto psichiatrico, molto tempo prima di quando lo stesso Van Gogh accettò di farsi curare. Emerge anche la sua irosa antipatia verso un parroco, che portò la famiglia di quest’ultimo a sospettare di Van Gogh come del possibile responsabile della morte del loro congiunto. Infine, persino la malattia del pittore olandese viene rimessa in discussione: infatti i due autori smentiscono la tesi di un uomo afflitto da depressione e comportamenti maniacali e suggeriscono che i problemi di Vincent Van Gogh fossero causati dall’epilessia.

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