C’erano solo due persone in camera da letto di Michael Jackson la mattina in cui il Re del pop smise di respirare: il cantante e il medico ora sotto processo con l’accusa di averne causato la morte. Ma i pubblici ministeri, durante l’udienza di ieri, hanno suggerito un’altra fonte di informazioni: i cellulari di Conrad Murray. Il processo per omicidio involontario è entrato nella seconda settimana e durante l’udienza è stato messo agli atti che il medico ha usato un paio di cellulari per parlare e messaggiare con alcuni suoi pazienti, sua figlia, una donna con la quale aveva una relazione ed altre persone. I pm sostengono che le comunicazioni sono la prova che il dottore non era concentrato esclusivamente su Jackson mentre gli somministrava un potente anestetico che avrebbe richiesto un monitoraggio costante dei segnali vitali del cantante. Nelle ore immediatamente precedenti la morte di Jackson, il dottor Murray ha fatto cinque telefonate, ne ha ricevute sei e inviato numerosi messaggi di testo ed email. Ha trascorso 46 minuti dell’ora finale al telefono, parlando col suo ufficio di Las Vegas. Una cameriera di Houston che Murray stava frequentando testimonierà opresto che la loro conversazione venne interrotta bruscamente verso mezzogiorno quando, secondo l’accusa, Murray scoprì che il suo paziente aveva smesso di respirare. Alcune telefonate sono in netta contraddizione con i tempi e gli orari della morte di Jackson, così come Murray li ha raccontati ai poliziotti. In un interrogatorio della polizia due giorni dopo la morte di Jackson, il medico aveva detto di avere controllato attentamente il proprio orologio mentre somministrava l’anestetico alla pop star e che Jackson aveva iniziato a chiedere il propofol verso le dieci del mattino del 25 giugno 2009, dicendo che se non fosse riuscito a dormire avrebbe dovuto annullare le prove di This Is It. Murray ha dichiarato di avere accontentato il cantante verso le 10.40. Ma le verifiche condotte sui suoi telefoni hanno portato ad appurare che ha trascorso otto minuti al telefono con un dipendente nel suo ufficio di Las Vegas durante quel periodo di tempo, concludendo la sua chiamata alle 10.42. Il numero e la durata delle chiamate sollevano dubbi anche sull’effettiva presenza di Murray nella camera della star. Nei giorni successivi alla morte di Michael Jackson, il medico aveva dichiarato agli investigatori di avere lasciato la camera da letto di Jackson per due minuti per andare in bagno, ma i suoi telefoni raccontano di lunghe conversazioni, tra cui una chiamata di 22 minuti con sua figlia, mentre Jackson stava lottando per addormentarsi. Murray ha detto ai detective di avere cercato di creare un’atmosfera rilassata in camera da letto, chiudendo le tende, mettendo della musica soft e sollecitando il cantante a meditare. L’accusa ha citato quattro testimoni che erano stati al telefono con Murray quel giorno, tra i quali un ex paziente, una donna che ha risposto dalla clinica di proprietà del medico e una dottoressa che lo aveva chiamato per parlare di un paziente comune. Quest’ultima, Joanne Prashad, ha detto di essere rimasta colpita da come Murray ricordasse tutto del paziente in questione, anche se non era nel suo ufficio o in grado di esaminare la documentazione clinica. “Sono rimasta impressionata” ha dichiarato in aula Prashad. I giurati hanno ascoltato anche la testimonianza di due membri del team di medici che ha cercato di salvare la vita di Jackson al pronto soccorso del Ronald Reagan Ucla Medical Center. Entrambi hanno detto di avere ripetutamente chiesto a Murray quali farmaci avesse dato a Jackson e che questi aveva parlato esclusivamente di basse dosi di un sedativo, il lorazepam, non menzionando mai il propofol. La dottoressa Richelle Cooper, uno deri due medici dell’Ucla, ha comunque riconosciuto che Jackson sarebbe morto anche se lei avesse saputo che gli era stato somministrato il propofol. Alla specifica domanda dell’avvocato difensore di Murray se ci fosse qualche possibilità di salvare la vita di Jackson al momento del suo ingresso nel pronto soccorso californiano, la dottoressa ha risposto: “In base a tutto quello che so, no”. L’altro medico, la dottoressa Thao Nguyen, ha ricordato che Murray gli aveva detto di non indossare l’orologio e di non avere idea dell’ora nella quale aveva dato il sedativo o trovato senza vita Jackson. Ha inoltre descritto Murray come “devastato” mentre la incitava a provare in qualunque modo a resuscitare il cantante “non mollare. Prova a salvargli la vita,” le avrebbe detto. Inoltre Nguyen ha aggiunto di non avere mai sentito di qualcuno che usa il propofol in un’abitazione privata, per di più senza l’ausilio di un monitor cardiaco e un respiratore di emergenza. “Il propofol non ha un antidoto, quindi è necessario essere pronti ad affrontarne le peggiori conseguenze”.