Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Kurt Cobain e ora Amy Winehouse, l’ultima delle stelle della musica a cadere vittima della cosiddetta maledizione del 27, età alla quale tutti i sopraccitati sono morti. Droga, alcol, farmaci, vita spericolata portata avanti sulla corsia di sorpasso (life in the fast lane- Eagles), sospesa tra esaltazione e depressione. Le ultime immagini di Amy Winehouse sono quelle del rovinoso concerto di Belgrado dove, ubriaca o completamente fatta ( o tutte e due) è stata fischiata perché non riusciva a cantare, ad andare a tempo e nemmeno a stare in piedi. Chi osserva quel video potrà vederla a un certo punto rivolgere lo sguardo verso la telecamera che la stava riprendendo e la sua espressione era un misto di terrore e desolazione. In seguito tour europeo annullato con l’ipocrita dichiarazione, da parte del management, che chi voleva bene ad Amy le sarebbe stato vicino. Infatti è morta sola, come sola era sembrata sul palco di Belgrado, come sola era Janis Joplin, star sul palco, povera ragazza inquieta nella vita. Ma esiste davvero la maledizione dei 27 anni? O forse 27 anni rappresentano l’età nella quale il giovane incomincia a cedere il passo all’adulto e cambiano i sogni e le aspettative? O forse ancora è il momento nel quale chi fa musica capisce che, spento l’incendio della gioventù, la passione si trasforma in lavoro e in una routine fatta solo della triade disco/promozione/tour? E quando l’ispirazione scema e la voglia di cambiare il mondo e lanciare messaggi diventano una prigione più o meno dorata (fatta di persone che ti ronzano attorno non per quello che sei ma per quello che rappresenti) forse la voglia di fuggire in un modo o nell’altro diventa irrefrenabile. Kurt Cobain che, citando Neil Young, scrisse: “E’ meglio bruciare che arrugginire” e, sentendo la gioventù scivolargli tra le dita, preferì mettersi un fucile in bocca e farla finita. Jim Morrison era volato a Parigi per scappare dalla figura del Lizard King, sensuale e sciamanico, che all’uomo Jim stava troppo stretta. Michael Jackson, che di anni ne aveva 50, stava preparando il suo ritorno in scena quando è morto imbottito di farmaci. Elvis Presley, the King, era un uomo solo, bulimico, perverso e drogato, e anche lui ha lasciato questo mondo, a 42 anni, intrappolato in kimono kitsch e in spettacoli grotteschi. Cosa rende tutte queste persone così fragili quando basterebbe loro schioccare le dita per avere il mondo ai propri piedi? Qualcuno ha detto che chi è un bravo musicista o cantante è dotato di una sensibilità non comune. Ma è sufficiente questo a spiegare la disperazione e l’alienazione di tutte queste persone? Il successo, il denaro e la fama sono paragonabili a cavalcare una tigre che, se scendi, ti sbrana. Amy Winehouse aveva pubblicato il suo ultimo disco nel 2006. Poi solo tour, comparsate e partecipazioni. Quanto deve essere stata forte la paura di scendere dalla tigre? Quanti discografici, produttori e giornalisti a metterle pressione con contratti da adempiere, scadenze da rispettare, interviste, domande e intrusioni? Avere successo da giovani è davvero la fortuna che sembra? Se Jimi Hendrix fosse rimasto soltanto il chitarrista di qualche cantante famoso o se Jim Morrison avesse seguito la carriera militare del padre le cose sarebbero andate nello stesso modo? La risposta, citando Bob Dylan (un altro che più volte è stato annichilito dal suo status di star, ma che ha compiuto 70 anni pochi giorni fa) è “un soffio nel vento”.