“Your morning coffee Sir…”
“Simon, time to play ball…”
Inizia così, finisce così una storia di incredibile umanità che ha come portagonista un robot. E’ uno dei vincitori del Robot Film Festival di New York che si è appena concluso. E merita una riflessione corale. Chi ha qualcosa da dire batta un colpo…

Si è concluso il Robot Film Festival, tenutosi rigorosamente a New York il 16 e il 17 luglio e ideato dall’appassionata ricercatrice in intelligenza artificiale Heather Knight della Carnegie Mellon University e già fondatrice dell’interessante progetto a tema MarilynMonrobot. La statuetta alla miglior pellicola che racconta di storie d’amore e d’amicizia tra robot e tra robot ed esseri umani si chiama Botsker e i cortometraggi che se la soo aggiudicata sono veri e propri capolavori. Piccole e curate storie che raccontano di sentimenti molto umani che hanno come protagonisti umanoidi.
Il Festival si è aperto con la proeizione del già noto I’m here, di Spike Jonze, in cui si narra di un amore assoluto tra robottini che ha molto da insegnare agli esseri umani (scapperà una lacrima) e che ha contribuito a calare gli spettatori nel mood (si perdoni l’inglesismo) di questa rassegna cinematografica. I vincitori sono dieci, come le categorie che anno dalla statuetta per il miglior robot-attore, alla pellicola più stravagante, da quella più visionaria a quella a maggior impatto emotivo. Proprio in quest’ultima categoria segnaliamo Chorebot, di Greg Omelchuk. Il cortometraggio fa pensare: un robot si occupa del suo padrone e del di lui cane. E’ l’umanoide che provvede a cucinare, a far giocare il cagnolino e a preparare il caffè al mattino, come un solerte angelo del focolare. L’uomo, se così si può chiamare, è totalmente assorbito dal suo tablet, che guarda con occhio vitreo mentre la quotidianità di consuma dietro il suo sguardo assente. La morale è che è il robot il personaggio più umano, a fronte della marginalità totale del padrone. Forse si stanno invertendo i ruoli? Forse siamo noi i veri robot…