Il corpo senza vita della studentessa norvegese ventitreenne Martine Vik Maggnussen venne ritrovato il 16 marzo 2008 nel seminterrato di un edificio situato in Great Portland Street, nel West End londinese. L’ultima volta che la ragazza era stata vista viva, il 14 marzo, stava lasciando il Maddox, un club alla moda nel lussuoso distretto di Mayfair, in compagnia di un amico, Farouk Abdulhaq. L’allarme per la scomparsa di Martine venne dato il giorno 15 quando alcuni suoi amici si accorsero che la giovane non aveva fatto ritorno al suo appartamento. Gli stessi amici racconteranno in un documentario norvegese di come avessero cercato di mettersi in contatto con Farouk attraverso Facebook per chiedere informazioni sull’amica e di avere notato che il ricco rampollo yemenita aveva cambiato il proprio status sul social network: “Farouk è a casa da solo” diceva. E poche ore dopo il suo profilo era sparito. Due giorni dopo il cadavere di Martine Vik Magnussen venne ritrovato nel seminterrato del palazzo nel quale risiedeva Farouk Abdulhaq, che la polizia londinese aveva invano cercato di rintracciare nel corso delle indagini. L’uomo infatti era saltato sul jet privato del padre ed era decollato in direzione dello Yemen poche ore dopo la morte della studentessa norvegese. La ragazza, che prima di essere uccisa fu violentata, venne ritrovata seminuda e coperta di spazzatura. I medici legali stabilirono che la morte della giovane fosse avvenuta per strangolamento. Il padre di Farouk, Shaher Abdulhaq, è uno degli uomini d’affari più ricchi dello Yemen; possiede una catena di hotel di lusso e la prima compagnia di telefonia mobile yemenita. Inoltre è il principale importatore delle automobili Mercedes e vanta parecchie partecipazioni azionarie nella produzione e nell’imbottigliamento della Coca Cola in Medio Oriente. Nel 2009 è stato emesso un mandato di arresto per Farouk Abdulhaq, accusato dello stupro e dell’omicidio di Martine. Il problema è che lo Yemen non ha accordi sull’estradizione con il Regno Unito. Il padre della ragazza, Odd Peter Magnussen, ha tentato, senza risultati finora, di ottenere giustizia interpellando il Ministro degli esteri norvegese e numerose autorità politiche inglesi. Nel frattempo il governo yemenita ha offerto al signor Magnussen l’opportunità di farsi giustizia da solo. Secondo la Sharia (la legge islamica che regola la giurisprudenza mussulmana) il padre di Martine potrebbe infatti applicare la pena di morte personalmente, come prescritto per i casi di stupro e omicidio. Ma l’uomo ha dichiarato che l’unica giustizia che riconosce è quella dei tribunali inglesi, perchè “è l’unico modo che ho per onorare la memoria di mia figlia e non deve essere possibile uccidere una persona, andarsene e non subire alcuna conseguenza”. Shaher Abdulhaq ha confermato che il figlio si trova nello Yemen e di avergli consigliato di ritornare in Gran Bretagna, ma. che in seguito al rifiuto di Farouk i loro rapporti si sono interrotti. Nel 2010 alcuni rappresentanti del governo norvegese hanno inviato una serie di missive alle multinazionali che intrattenevano rapporti d’affari con la famiglia Abdulhaq, chiedendone l’interruzione. Daimler-Benz, il produttore delle Mercedes, troncò ogni relazione con il miliardario yemenita pur non confermando che fosse una conseguenza delle raccomandazioni norvegesi. Coca Cola Norvegia invece, per bocca del direttore delle comunicazioni Steir Rømmerud, rispose che era molto spiacente per la famiglia ma “che la mancanza di giustizia era una responsabilità delle autorità di polizia inglesi e internazionali”. Il primo marzo 2011, un gruppo Facebook chiamato Justice for Martine, ha invitato i propri membri a boicottare i prodotti con il marchio Coca Cola. Nelle prime due settimane hanno aderito 53 mila persone, fatto che deve avere preoccupato i vertici della multinazionale delle bibite. La minaccia non era di natura economica (53 mila consumatori in meno non spaventano un colosso come Coca Cola) ma riguardava la reputazione del marchio. “Quello che volevamo ottenere era far sapere a Farouk Adulhaq che questa storia non verrà dimenticata” ha detto Marcus Rolandsen, presidente della fondazione Justice for Martine, che intende far processare l’assassino yemenita anche in Norvegia e negli Usa. Il 14 marzo scorso, Joe Morris, portavoce di Coca Cola Europa ha ufficializzato la propria intenzione di porre fine a qualunque rapporto con Shaher Abdulhaq. L’uomo d’affari yemenita si ritirerà presto dal consiglio d’amministrazione di Coca Cola Egitto e sta per vendere le quote dell’azienda di sua proprietà in Libia, Yemen ed Egitto. Morris ha aggiunto che il rapporto con Abdulhaq era già stato messo in discussione prima della campagna Justice for Martine, ma anche che l’iniziativa in favore della sfortunata ragazza norvegese”ne ha accellerato i tempi”. La sera nella quale ha perso la vita, Martine Vik Magnussen si era recata al Madox per festeggiare i buoni esiti di alcuni esami. Nonostante l’assassino di sua figlia sia ancora a piede libero, Odd Peter Magnussen non ha perso la speranza: “Bisogna credere al lato buono della gente e che l’etica riuscirà a prevalere”

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