Chi conosce meglio i bassifondi di Mumbai? Chi si destreggia tra i brulicanti slum indiani con dimestichezza e saprebbe raccontarne al meglio il dietro le quinte, chi conosce veramente e profondamente la realtà contraddittoria di quella enorme metropoli che è Mumbai? Chi è cresciuto nei quartieri indiani come Govandi, Bhiwandi, Antop Hill e Dongri? I ragazzi, che domande! Meglio ancora quelli difficili, magari carcerati, quelli che hanno toccato il fondo insomma, quelli per i quali lo squallore di Mumbai non ha segreti. E dando loro una macchina da presa e un piccolo kit da filmaker si potrebbe avere indietro un capolavoro. E magari anche salvarli da un inesorabile destino. E’ l’intuizione (geniale) di una organizzazione non governativa di Mumbai (India) che si chiama Aangan, che ha dato in dotazione a 3 ragazzi nei guai con la giustizia tutto l’occorrente per la regia di un film. Come parte del loro programma di riabilitazione sono stati poi girati 3 cortometraggi diretti e sceneggiati dagli stessi adolescenti. E pare che il risultato finale sia stato notevole. I film, i cui titoli sono Jaan, Shaan, Imaan Love, Pride e Honour sono appena stati presentati a un festival locale davanti al gotha di Bollywood e raccontano storie di violenze e crimini a Mumbai. La ngo, specializzata nel lavorare con i ragazzi, prevede di continuare questa opera di recupero dei teenager di strada indiani, offrendo loro un inizio di carriera cinematografica.
E del resto gli organizzatori sono entusiasti e i piccoli registi hanno dimostrato di avere intuito, soprattutto in un secondo momento, quando sono stati dati loro qualche strumento in più. I giovani hanno dai quindici ai diciotto anni e non avrebbero mai pensato, da grandi, di fare i registi. Ma il traguardo non è solo quello di regalare a questi giovanissimi un’opportunità ambiziosa per il loro futuro. Aangan vuole infatti aiutarli soprattutto a scrollarsi di dosso un’eredità pesante e a “redimersi” in qualche modo e per quanto è possibile. In questo senso girare un film è un viaggio anche dentro sé stessi, in un percorso introspettivo sofferto che scava nelle origini di vite disastrate e scandite da crimini e squallore. Forse dopo aver raccontato la violenza e i reati più crudi rimane meno voglia di illegalità e soprattutto si recupera la percezione del male. Quella che a volte, quando è la normalità, non esiste più.