Sul National Geographic Channel americano, domenica scorsa, è andato in onda il film Finding Atlantis, documentario sulla ricerca della mitica isola scomparsa. Il film illustra le tesi dell’archeologo americano Richard Freund che sostiene ora di averla ritrovata. Nel 360 a.C Platone, nei dialoghi Timeo e Crizia, fece alcuni riferimenti all’isola: il filosofo greco definì Atlantide “un’isola situata di fronte agli stretti che voi chiamate le Colonne d’Ercole”, antico nome dello stretto di Gibilterra. Platone descrisse così la tragica fine dell’isola: “essendosi succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte (…) tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve”. Richard Freund e colleghi sostengono ora di averla ritrovata. Solo che l’isola non sarebbe, contrariamente a quanto si era pensato finora, nascosta nelle profondità marine ma si troverebbe in una zona paludosa, novanta chilometri all’interno del Paese, nel parco nazionale Donaña, a un centinaio di chilometri da Cadice. A trasportare Atlantide a novanta chilometri dal mare sarebbe stato, secondo Freund, un gigantesco tsunami che colpì la zona in un’epoca attorno al 9.000 a.C. “Questa è la forza degli tsunami – ha detto Richard Freund – è’ difficile credere che possano trascinare un’isola per novanta chilometri verso l’interno, ma è proprio questo che noi sosteniamo sia capitato”. Il team di archeologi guidato da Freund si è avvalso di geo-radar, mappature digitali e immagini satellitari e sarebbero confortati nelle loro tesi da una serie di ”città commemorative” costruite dai sopravvissuti allo tsunami di Atlantide. Il lunedì successivo alla messa in onda del film, è però giunta dalla Spagna una vera e propria sconfessione di Finding Atlantis, poiché a portarla avanti è stato un gruppo di studiosi spagnoli che sta conducendo, dal 2005, delle ricerche proprio nelle paludi del parco nazionale Donaña. I ricercatori spagnoli accusano Richard Freund , da loro definito come “l’ultimo arrivato” nel loro progetto di studi sugli insediamenti umani e la geo-morfologia nell’antichità, di avere malamente e assai poco scientificamente interpretato i loro dati. L’antropologo Juan Villarìas Robles, nel team di ricerca del Consiglio Superiore della Ricerca Scientifica spagnolo sostiene che “Freund è stato coinvolto in quello che noi stavamo facendo e ci ha fornito dei finanziamenti grazie alla sua casa di produzione cinematografica e al National Geographic. Quando ci siamo visti per l’ultima volta ci ha detto che avrebbe finito il suo documentario in aprile o maggio. Poi non lo abbiamo più sentito. Per questa ragione siamo rimasti tutti molto sorpresi vedendo il film così presto e ascoltando quelle fantasiose affermazioni”. Secondo Villarìas Robles, i resti di edifici rettangolari e i cerchi concentrici che si vedono nelle foto satellitari delle paludi del parco Donaña (e che hanno fatto gridare il team americano al ritrovamento di Atlantide) sono insediamenti umani risalenti al primo millennio a.C., già noti agli esperti. Insomma, niente da fare neanche stavolta: la scomparsa di Atlantide era e resta un mistero.