In questi giorni in italia si è assistito all’ennesimo aumento dei prezzi dei carburanti: la benzina ora costa tra 1,564 e 1,570 euro al litro, mentre il gasolio va da 1,458 a 1,460. Ma, aldilà del fatto che non si possono invocare come causa dei rincari le recenti sommosse nord-africane, visto che i carburanti venduti oggi non sono certo stati prodotti con petrolio appena acquistato, chi ci guadagna dall’aumento dei prezzi? Per rispondere a questa domanda è necessario ricostruire quali voci definiscono il prezzo dei prodotti petroliferi nel nostro paese. Mettendo da parte i costi reali del prodotto raffinato, del suo trasporto, dello stoccaggio, delle varie spese amministrative e del margine di guadagno del gestore della pompa di benzina si arriva soltanto al 30 per cento del costo del carburante. Il 70 per cento del prezzo è rappresentato da tasse e accise. Le accise sono imposte sulla fabbricazione e la vendita di prodotti di consumo: questo sistema di tassazione di benzina e gasolio ci accomuna ai principali paesi industrializzati europei e non è quindi il solito malcostume “furbetto” italiano. La prima accisa fu introdotta da Benito Mussolini nel 1935 per finanziare la guerra in Etiopia. E oggi che cosa viene finanziato con il denaro derivato dalle accise?

Le accise:
1,90 lire per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935
14 lire per il finaziamento della crisi di Suez del 1956
10 lire per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963
10 lire per il finanziamento dell’alluvione di Firenze del 1966
10 lire per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968
99 lire per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976
75 lire per il finanziamento del terremoto dell’Irpinia del 1980
205 lire per il finanziamento della guerra del Libano del 1983
22 lire per il finanziamento della missione in Bosnia del 1996
39 lire per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004

Sebbene siano ancora espresse in lire, si può calcolare un peso sul prezzo totale che, convertito in euro, si aggira attorno ai 25 centesimi, pari al 52 per cento. Inoltre su questi 25 centesimi si paga ancora l’Iva al 20 per cento. Considerato che le accise esistono un po’ dappertutto e dato per scontato che sia necessario pagarle, forse sostituire il finanziamento della guerra di Etiopia con una tassa in favore dei terremotati dell’Abruzzo, o quella per gli alluvionati di Firenze (che certamente alluvionata non è) con una in favore del problema-rifiuti della Campania, consentirebbe agli automobilisti di inghiottire un po’ più facilmente l’amaro boccone dei rincari. No?