Alla fine di ottobre dello scorso anno, un un giudice della Corte Distrettuale di New York aveva ordinato a LimeWire di interrompere la distribuzione del proprio software di file-sharing, sostenendo che avesse “intenzionalmente incitato i propri utenti alla violazione dei diritti d’autore e avesse individuato la propria fetta di mercato negli orfani di Napster, noti violatori del copyright”. A chiedere e ottenere la chiusura di uno dei più popolari siti di download musicali gratuiti era stata principalmente la Record Industry Association of America (RIIA) sostenuta da tutte le principali case discografiche che si ritenevano danneggiate gravemente in termini economici dalla diffusione gratuita dei propri prodotti. Nella scorsa settimana era prevista l’udienza nel corso del quale la corte doveva stabilire il livello appropriato dei danni subiti dall’industria musicale per i “miliardi e miliardi di download illegali veicolati dal sistema di LimeWire”. La sorprendente conclusione è stata un accordo tra le parti in causa, del quale non sono ancora stati resi noti i particolari, che prevede che “ognuno paghi le proprie spese processuali, avvocati compresi”. Pertanto il procedimento legale che vedeva come parti lese tra le altre Emi, Sony, Vivendi, Warner Music Group e Universal si è concluso, come ha sottolineato la portavoce della National Music Publishers Association, “con un accordo che ha soddisfatto entrambe le parti”. Inoltre gli uffici legali delle major hanno dismesso qualunque azione legale nei confronti di Mark Groton, fondatore di LimeWire, che quindi in futuro, secondo la giurisdizione americana, non potrà essere perseguito al proposito. Nel corso del dibattimento, uno dei possibili assi nella manica del sito di file sharing potrebbero essere state le quasi 250 mila mail interne, accluse agli atti processuali, di, tra gli altri, Apple, Amazon, Yahoo, Google e MySpace, dalle quali emergerebbero trattative poco chiare con l’industria musicale a proposito di download non autorizzati. Addirittura i legali di LimeWire sostengono che i bilanci delle case discografiche siano alimentati dai download illegali e che le loro entrate abbiano subito un’impennata proprio in concomitanza della chiusura di LimeWire. Ma i guai non sono finiti per quello che da più parti veniva indicato come il successore del mitico Napster: infatti ci sono altre tredici etichette (Arista, Atlantic, BMG Music, Capital, Elektra, Interscope, Laface, Motown, Priority, Sony BMG, UMG, Virgin e Warner Brothers) che hanno chiesto a LimeWire risarcimenti per centinaia di milioni di dollari nel corso di un procedimento che arriverà in tribunale il 2 maggio prossimo. Insomma, la battaglia dei copyrigth continua, e chi scaricava musica illegalmente può tranquillamente continuare a farlo attraverso molte fonti alternative o grazie a LimeWire Pirate Edition, nato un paio di settimane dopo la chiusura del suo “progenitore”.