Quando nel 1955 Albert Einstein morì, lasciò i diritti di sfruttamento di tutta la sua proprità intellettuale alla Hebrew University di Gerusalemme. Ma nel corso di tutti gli anni trascorsi da allora l’immagine del padre della teoria della relatività è stata ampiamente sfruttata per creare poster, pupazzi, maschere, tazze, monete e tutta l’infinita sequenza di gadget che generalmente ha più a che fare con i divi del cinema o le rockstar piuttosto che con gli scienziati. L’università israeliana utilizza una società con sede a Los Angeles, la Greenlight, per gestire la concessione delle licenze ai vari produttori di manufatti che sfruttano il volto di Einstein. Ora la nipote del fisico tedesco, la sessantanovenne Evelyn, reclama una parte del ricavato per sé. La donna, sopravvissuta a un tumore, ha bisogno di denaro per le cure mediche e ha bussato con vigore alla porta della Hebrew University. ” Che cosa ha a che fare un pupazzo con un lascito letterario?” chiede la nipote, che ha inoltre dichiarato di non avere ottenuto alcuna risposta alle sue richieste da parte dei responsabili dell’ateneo israeliano. La replica è giunta attraverso un comunicato stampa della Hebrew University: “Albert Einstein ha lasciato a questa università tutta la sua proprietà intellettuale, che comprende tutto ciò che è stato pubblicato e le sue carte private, ma anche i diritti di sfruttamento della sua immagine. Gli introiti che derivano da questi ultimi vengono reinvestiti nella ricerca scientifica”.

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