“Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo”.
Lo dichiarò Albert Bruce Sabin, medico, virologo e filantropo che regalò al mondo la possibilità di essere curato dal virus della poliomielite, rinunciando ai diritti di proprietà intellettuale ed evitando le lungaggini in cui il suo vaccino sarebbe rimasto impantanato richiedendone il brevetto. Un lungo percorso di ricerca quello di Sabin, che iniziò con la sua prima e importantissima intuizione sulla sede prediletta del virus, l’intestino. Si trattava di un virus enterico dunque, e non respiratorio come prima erroneamente si credeva. Successivamente Albert Bruce Sabin sviluppò un virus della polio attenuato, cioè privato della capacità di provocare la paralisi delle fibre nervose. L’organismo in cui veniva immesso il virus attenuato, di fronte a questa minaccia, produceva allora gli anticorpi adatti. Dopo alcuni anni e dopo aver testato le proprie scoperte sui primati, il virologo inizia la sperimentazione sull’uomo, partendo da sé stesso e coinvolgendo poi due dei suoi collaboratori, il dottor Ramos Alvarez (un medico messicano suo assistente), e un tecnico di colore che lavorava nel suo laboratorio. Si passò poi ai bambini, e le prime furono proprio le due figlie di Sabin, Amy (5 anni) e Deborah (7 anni), chiamate così in ricordo delle nipotine trucidate dalle S.S.. Infine ci fu la lunga competizione amichevole tra il vaccino messo a punto da Sabin e quello realizzato dall’allora sconosciuto J.E. Salk, dell’Università di Pittsburgh, che in un primo momento fu preferito dagli Stati Uniti rispetto a quello del medico polacco. Salk però aveva sviluppato un metodo che si rivelò inefficace, in quanto non garantiva una protezione assoluta, soprattutto nei casi di paralisi. L’attesa di un riconoscimento per il suo contributo alla lotta alla polio fu ancora lunga per Sabin, che vide prima l’Asia e molti Paesi dell’Est adottare la sua cura e, solo dopo molti anni, l’America. E proprio sul più bello, nel momento in cui avrebbe potuto raccogliere i frutti economici del lavoro di una vita, Albert Bruce rinuncia al brevetto. Il motivo? Non perdere ulteriore tempo e diffonderlo ovunque: rinunciando allo sfruttamento commerciale da parte delle industrie farmaceutiche, il prezzo contenuto del vaccino avrebbe infatti garantito una più vasta diffusione della cura. Il mondo aveva bisogno subito della sua scoperta. Un brevetto avrebbe allungato ancora l’attesa. Ma la malattia e la morte non aspettano. Con la zolletta di zucchero di Sabin si vaccinarono centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo. Perché Sabin fece un dono così importante, accettando di vivere tutta la vita con il suo normale stipendio da professore universitario? Perché amava i bambini e gli esseri umani e pensava che nessuno meritasse un certo tipo di morte. Perchè l’eterno riposo è inevitabile, ma non può e non deve arrivare in un modo così crudele, perchè non deve riguardare i bimbi, perché chi può e chi sa farlo deve poter aiutare il mondo a liberarsi dalle sofferenze evitabili. E deve farlo subito. Senza guardare le ragioni del portafogli e tanto meno le ragioni delle multinazionali, delle major, degli editori, del mondo del business.
Moltissimi anni dopo, il 12 ottobre 2010, gli scienziati che scrivono su Genomes Unzipped pubblicano sul sito internet tutti i dati relativi al proprio personale codice genetico. Oltre ai dati genetici grezzi gli scienziati mettono anche a disposizione degli utenti un genome browser da loro stessi realizzato. Perché lo fanno? Perché Daniel MacArthur, Luke Jostins, Dan Vorhaus, Caroline Wright, Kate Morley, Vincent Plagnol, Jeff Barrett, Jan Aerts, Joe Pickrell, Don Conrad, Carl Anderson e Ilana Fisher hanno reso di dominio pubblico il proprio genoma, regalando a chiunque la possibilità di accedere a un pezzo di conoscenza preziosa, senza lucrare? “Perché rendere un genoma pubblico – hanno dichiarato i ricercatori – può aiutare moltissimo la ricerca scientifica: molto spesso chi studia genetica umana si ritrova paralizzato dai paletti imposti dalla privacy, che ostacolano la circolazione dei dati, e dall’anonimato, che impedisce di comunicare ai volontari che offrono il proprio DNA alla scienza i risultati delle scoperte fatte sul loro stesso codice genetico.
Le storie di donazioni all’umanità, nel nome di un sapere libero e condiviso, gratuito e spontaneo sono tante.
Ci piace celebrarle nel giorno in cui Wikipedia, l’enciclopedia online open source, compie dieci anni. Con tutti i suoi limiti Wikipedia è una storia di successo che si fonda su un pensiero altruista. Chi avrebbe mai detto che migliaia di persone, senza la lusinga del denaro, avrebbero offerto liberamente il proprio sapere a un’intera comunità virtuale arrivando a scrivere tutti insieme un’enciclopedia del sapere che ha poco da invidiare a colossi come l’autorevole Encyclopedia Britannica?
Le storie di altruisti silenziosi o meno, conosciuti o per niente, che hanno regalato al mondo un pezzo del proprio sapere gratis et amore dei sono tante. Invitiamo chiunque ci legga a raccontarcele, liberamente e altruisticamente. Il giorno del 15 gennaio vorremmo festeggiare non solo Wikipedia (che tanto è già celebrata a sufficienza), ma in generale quel tipo di pensiero. Che esiste, a dispetto di chi non ci crede. Per raccontare, per una volta, anche qualche storia meravigliosa di quell’umanità che non commette solo atrocità, ma che talvolta riesce ad essere sublime. Uomini (e donne) che non sono mossi dal denaro e magari non desiderano nemmeno la notorietà. Appagati “semplicemente” dalla soddisfazione di vedere la scienza andare avanti, da un sorriso di un bambino guarito o dagli occhi stanchi ma curiosi di un vecchio che può finalmente accedere alla conoscenza. Anche se non può permettersi una Treccani.

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