Cosa c’entrano i libri con la lugubre signora con la falce e il martello? Parecchio, perchè l’istruzione, intesa come studio e apertura mentale, favorisce il dialogo sulla morte e, per esorcizzarne la paura (abbastanza inevitabile), lo strumento più efficace è proprio il dialogo. Motivo per cui chi ha studiato di più spesso riesce a districarsi meglio (o forse meno peggio) con la più tremenda e ancestrale delle paure.
Lo sostiene una ricerca dell’Università di Granada che svela un rapporto tra livello scolastico e reazione al lutto. Più il livello di istruzione è basso e più dura il lutto, mentre le persone che hanno una formazione universitaria hanno meno paura della morte. Inoltre le donne piangono la morte di più degli uomini, ma questo probabilmente ha a che fare con una vocazione femminile ad esternare di più le emozioni. Il titolo della ricerca è «Éducation pour la mort: étude sur la construction du concept de mort chez les enfants entre 8 et 12 ans dans le domaine scolaire» (Educazione alla morte: studio sulla costruzione del concetto di morte nei bambini tra gli otto e i dodici anni), ed è stata promossa dal Département de Personnalité, Évaluation et Traitement psychologique dell’Università di Granada, coinvolgendo i professori Claudia Fabiana Siracusa, Francisco Cruz Quintana e Nieves Pérez Marfil. Nello studio sono stati coinvolti 288 bambini dagli 8 ai 12 anni con relativi genitori e professori e ne è risultato che il 76 per cento dei piccoli che si dichiaravano più impauriti rispetto a questo tema avevano padri e madri che non parlavano mai di morte. Un successivo esame ha riscontrato poi che laureati e diplomati hanno mediamente un approccio più libero e disinvolto nell’affrontare il lutto. Del resto già Platone, con il suo Fedone, iniziò a parlare dell’aldilà, mentre in Francia ultimamente è nata la moda di vedersi apposta per discutere di aldilà e dei cari estinti. Tra un drink e l’altro si discute di morte, tranquillamente: il trend si ispira alla società tanatologica fondata dal sociologo e antropologo svizzero Bernard Crettaz, che nel suo ultimo libro Cafés mortels affronta la più terribile delle paure e suggerisce di associarla al più vitale degli istinti, il convivio e il cibo. Due ore di conversazione sul tema della morte al bistrot, o meglio nei caratteristici Caffè mortali, possono essere utili a smorzare la strizza. E chi è più capace di parlare e argomentare se la cava meglio. Studiate dunque. Magari non servirà a trovare lavoro, ma di certo servirà ad arginare un po’ il timore della fine definitiva.

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