Jane Goodall aveva ventisei anni quando arrivò alla Riserva di Gombe Stream vicino al lago Tanganica, in Tanzania. Da allora, vivendo in mezzo agli animali e registrandone i comportamenti, è stata in grado di dimostrare che il mondo degli scimpanzé include l’amore, l’odio, la paura, la gelosia, l’uso di strumenti, la brutalità e persino la guerra. Quello che segue è il testo di una sua recente intervista concessa al New York Times.
A luglio festeggerà il cinquantesimo anniversario del suo arrivo alla Riserva. Quando è stata qui per la prima volta, nel 1960, poteva immaginare quello che è successo?
Certamente no. Ero una normale ragazza inglese, senza particolari titoli e Louis Leakey mi concesse la meravigliosa opportunità di vivere con gli animali che più ci assomigliano. Allora non esistevano studi a lungo termine condotti sulle grandi scimmie. Quello più lungo era di George Schaller che aveva studiato i gorilla di montagna per un anno. Louis Leakey pensava che la nostra ricerca dovesse durare almeno dieci anni. Ma io ne avevo ventisei e ritenevo che tre anni sarebbero stati sufficienti. Ma da allora più cose imparavo sugli scimpanzé e più mi accorgevo che c’era molto altro da imparare, fino a che non ho più potuto fermarmi.
Così è venuta a Gombe e, poco dopo, ha fatto la sua prima incredibile osservazione: gli scimpanzé usavano degli strumenti per estrarre le formiche dai formicai.
Sono arrivata qui in luglio e l’episodio al quale si riferisce avvenne alla fine di ottobre.
Dopo aver vissuto per un anno nella Riserva Luis Leakey la mandò a Cambridge per un dottorato. Come fu accolta dai professori conservatori dell’ateneo?
Non sapevano che farsene di me. Ma ho avuto la fortuna di conoscere uno dei più erduditi conoscitori dei comportamenti animali, il professor Robert Hinde, che mi insegnò a scrivere in un modo che non avrei potuto apprendere dai mie pomposi colleghi scienziati. Per esempio io avevo scritto che da quando era nato il fratello di Fifi (una delle scimmie di Gombe), lei era gelosa di chiunque provasse a toccarlo. Robert mi disse: “Non puoi dire che è gelosa perché non puoi provarlo.” e io risposi: “Ma io sono sicura che lo è”. Hinde concluse: “Ti suggerisco di scrivere: Fifi si comportava in un modo che, se fosse stata una bambina, si potrebbe definire geloso”. Questa è una cosa furba perchè nessuno può obiettare nulla, infatti non c’è nulla che non sia un fatto accertato.
All’epoca della sua scoperta sull’uso di strumenti il dottor Leakey dichiarò: “Dobbiamo ridefinire il concetto di uomo e quello di strumento o accettare gli scimpanzé come esseri umani”. E’ mai accaduto?
No, non è mai accaduto. Ogni volta che qualcuno ha dimostrato che lo scimpanzé o un qualunque altro animale era in possesso di caratteristiche che si ritengono un’esclusiva peculiarità umana è saltato fuori uno scienziato o un religioso che diceva che era impossibile. E’ una questione illogica. Per anni gli scimpanzè sono stati utilizzati nell’ambito della ricerca medica a causa della loro somiglianza con gli esseri umani. La scienza si è servita di loro non solo per studiare le malattie del corpo ma anche quelle della mente, come la depressione. Ciononostante una parte della scienza è ancora riluttante ad ammettere somiglianze mentali.
Ci sono 185 scimpanzé nella struttura federale per i primati di Alamogordo (Nuovo Messico) che potrebbero essere presto usati nella ricerca medica, in particolare per studiare l’epatite C. Perchè ha cercato di fermare la sperimentazione?
Perché è moralmente sbagliata. Noi scienziati abbiamo esaustivamente dimostrato che gli scimpanzé soffrono e che sono in grado di capire che verrà fatto loro del male. Hanno dei sentimenti. Se attui una procedura invasiva su un animale capace di soffrire e di provare dolore allora il tuo è un comportamento immorale. Gli scimpanzé di Alamogordo erano stai “pensionati” dalla sperimentazione per dieci anni e ora, improvvisamente, qualcuno ha deciso che è necessario riprendere le sperimentazioni su di loro. Io non ne capisco la ragione. Ho cercato di parlare con i capi del National Institute of Health ma le mie più recenti informazioni mi dicono che alcuni animali sono già rientrati nei progetti di ricerca medica e questo è avvenuto non appena i laboratori (che usano gli scimpanzé come soggetti di ricerca) sono stati chiusi.
I difensori di questa causa sostengono che non potendo usare soggetti umani per i test gli scimpanzé siano i migliori sostituti.
Sono certa che esistano altre strade. Oggi ci sono delle alternative sul mercato anche se chi sperimenta sugli animali dice che sarà necessario farlo sempre.
Cambiando argomento: c’è un annoso dibattito tra linguisti e studiosi dei primati a proposito della capacità di linguaggio di altre grandi scimmie. Qual’è la sua posizione?
A me sembra che la controversia sia a proposito del fatto che le grandi scimmie abbiano o meno una grammatica all’interno del loro linguaggio. E, per essere sincera, a me non interessa. Perchè dovrebbero avere una grammatica? Ho sempre pensato che ci siano così tante lotte nella vita, tante battaglie che sembra importante vincere. Al tempo dei miei inizi ero stata molto apprezzata perchè avevo detto che non ci si può riferire a uno scimpanzé come a lui (he) o a lei (she) ma soltanto come esso (it) e che non avrei usato termini come adolescenza, motivazione o infanzia perchè si tratta di elementi che riguardano unicamente gli esseri umani. La questione del linguaggio la lascio a chi segue questo filone scientifico. Io ho combattuto battaglie, secondo me più importanti, legate alle emozioni. Provano dolore o tristezza? Hanno una mente in grado di pensare e pianificare?
Ho letto da qualche parte che prima di partire per l’Africa lei era stata una debuttante. E’ vero?
Sì. La sorella di mio padre sposò uno degli ultimi Lord della Corte Suprema dell’India. E lui volle presentare sua nipote al mondo. Ma essere una debuttante significa partecipare a un mercato del matrimonio. Si partecipava a questo grande party e poi si andava ad Ascot. La mia famiglia non poteva permettersi niente del genere così ci sono andata con un vestito che qualcuno mi aveva fatto che era poco costoso, anche se carino. Sono andata a palazzo, sono stata presentata alla Regina e me ne sono andata. Questo avvenne circa due anni prima che partissi per il Kenia. La vita della debuttante non mi interessava, volevo andare in Africa. Perché il dottor Dolittle riportava indietro gli animali del circo e per Tarzan. Questi sono stati i due libri che mi hanno ispirato ad andare in Africa.
Ci sono cose nella sua vita per le quali prova rimpianto?
Non sul serio. Probabilmente per conservare la mia pace mentale non avrei dovuto divorziare dal mio primo marito (Hugo van Lawick) per il bene di nostro figlio Grub. Ma se non lo avessi fatto non avrei potuto sposare Derek Bryceson (a capo del Tanzanian National Parks) e probabilmente la Riserva di Gombe non esisterebbe più.
Lei non è più a Gombe molto spesso ormai. Viaggia trecento giorni all’anno per promuovere il Jane Goodall Institute, la sua fondazione per la conservazione. Deve essere difficile vivere dormendo ogni notte in un hotel diverso e dovendo incontrare ogni giorno persone nuove.
E’ un modo di vivere bizzarro e faticoso ma ne vale la pena. Perché ovunque vada ci sono occhi scintillanti. Ci sono i bambini del nostro programma Roots and Shoots che sono così eccitati all’idea di conoscere la dottoressa Jane e che mi raccontano tutto quello che hanno fatto per rendere il mondo un posto migliore. Nel Congo orientale, dove l’uccisione di animali selvatici a scopi alimentari sta decimando la fauna selvatica, c’è un partecipante al programma Roots and Shoots che aveva uno zio cacciatore e lo ha convinto a mettersi ad allevare polli e in due anni hanno convinto altre settantacinque persone ad abbandonare la caccia. Incontrare persone così mi dà energia e speranza.

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