In Virginia è stata giustiziata Teresa Lewis, ritenuta colpevole di avere commissionato a due sicari l’omicidio del marito e del figliastro a fini ereditari. Teresa è stata la prima donna mandata a morte negli ultimi cinque anni negli Usa che diventano novantotto se si guarda allo Stato della Virginia. Qualunque condannato per qualunque crimine ha diritto a rilasciare un’ultima dichiarazione pubblica. Teresa Lewis ha dapprima chiesto se fosse presente l’altra sua figliastra Kathy, unica rimasta in vita della famiglia, che si trovava in un’altra stanza dalla quale poteva assistere all’esecuzione, nascosta dietro uno specchio finto. Infine, la Lewis ha pronunciato, come suo addio al mondo e alla vita, le seguenti parole: “Voglio che Kathy sappia che le voglio bene e che sono davvero dispiaciuta”. Come si può avere qualcosa da dire davanti a un plotone di tiratori, alla sedia elettrica o a un lettino sul quale verrà praticata l’iniezione fatale? Eppure tutti o quasi i condannati hanno usato i loro ultimi istanti per rilasciare la propria dichiarazione.
Robert K. Elder, giornalista e scrittore americano, ha raccolto in un libro Last Words of the Executed centinaia di ultime parole pronunciate da coloro che stavano per essere giustiziati negli Stati Uniti. Per esempio, nel 2002, Aileen Wuornos, prostituta e serial killer, poco prima di morire, disse: “Vorrei solo dire che navigherò con The Rock e che tornerò con Gesù, come in Independence Day, il 6 giugno, come il film, con la grande astronave madre e tutto il resto. Tornerò”. Nel 1947, prima di entrare nella camera gas, Louise Peete, condannata per omicidio, fu più lucida: “Il Governatore è un gentiluomo e come tale non lascerebbe mai che una donna venisse uccisa”. Sarah Good, impiccata per stregoneria nel 1692 scagliò il suo anatema: “Sono una strega tanto quanto voi siete dei maghi. Se vi prendete la mia vita, Dio vi darà il sangue da bere”. Nel libro ci sono anche dichiarazioni di pentimento, come quella di un texano, reo di avere ucciso la ex fidanzata del figlio e la sorella della ragazza. L’uomo si rivolse ai genitori delle sue vittime: “Mi dispiace davvero di tutto quello che state passando. Non oso immaginare che cosa possa voler dire perdere due figlie. Se fossi uno di voi, avrei ucciso il colpevole”. C’è anche chi come Wayne Gacy, uno dei più famosi serial killer americani con ben 33 ragazzi morti sulla coscienza, ringhiò un incollerito “Kiss my ass” (Baciatemi il culo) prima che gli venisse praticata l’iniezione finale, nel 1994. Tre condannati hanno scelto di inneggiare la propria squadra di football, altri hanno scelto humour e ironia. Come l’uomo che, davanti al plotone d’esecuzione, chiese se poteva avere un giubbotto anti-proiettile o un altro, destinato all’impiccaggione nel XIX secolo, che chiese al boia di sbrigarsi perchè intendeva arrivare all’Inferno per l’ora di cena. Patrick Bryan Knight, rapitore e assassino dei suoi vicini di casa, dichiarò di volere raccontare una barzelletta e chiese pubblicamente che gli venissero inviati dei suggerimenti. Quando giunse il suo momento, Knight cercò di strappare l’ultima risata: “Io non sono Patrick Bryan Knight, fermate l’esecuzione. Andate avanti. Ho finito”. Infine, c’è spazio anche per la diretta di una fucilazione andata storta nello Utah. Era il 16 maggio 1879 quando l’omicida Wallace Wilkerson si sedette compostamente sulla sedia davanti ai tiratori, rifiutò di essere legato e bendato e disse “Vi dò la mia parola: intendo morire come un uomo, guardando dritto negli occhi chi mi uccide”. I colpi partirono e andarono a segno, l’uomo e la sedia volarono per aria ma, quando ricaddero a terra, tutti sentirono Wilkerson gridare “Mio Dio, mio Dio, mi hanno mancato”. Non era così, ma la morte non fu immediata; ci vollero infatti ventisette minuti prima che il condannato spirasse.

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