I capi della gang dei “Bali Nine”, Andrew Chan e Myuran Sukumaran, entrambi condannati a morte per traffico di stupefacenti, sono comparsi di fronte alla Corte Suprema indonesiana che dovrà decidere se far rispettare la precedente sentenza o commutare la loro pena in anni da scontare in prigione. All’epoca del processo, i due, entrambi ventiseienni di Sidney, avevano proclamato la propria innocenza, ma, davanti ai tre giudici che presiedono la Corte, Sukumaran ha dichiarato: “Sono stato così stupido e incosciente da accettare dei cattivi consigli (dagli avvocati) e ho ottenuto soltanto di essere stato trattato il più duramente possibile”. I due ex trafficanti hanno rilasciato una dichiarazione, in indonesiano, nella quale chiedono venga loro consentito di continuare il lavoro che stanno facendo con i detenuti nel carcere Kerobokan di Bali. Chan, che sta studiando per ottenere una laurea in teologia, è uno dei leader della chiesa dell’istituto penitenziario e intende impegnarsi per aiutare i carcerati afflitti da problemi di alcol o di droga. Sukumaran, oltre ad avere abbracciato la religione, si è occupato di istituire un corso di computer, che vanta già venti diplomati, all’interno del carcere. Un altro componente della banda di australiani è stato condannato a morte. Si tratta di Scott Rush che, anche lui comparso davanti alla Corte Suprema nel tentativo di evitare il plotone di esecuzione, ha trovato un inaspettato alleato nel peroramento della sua causa. La Polizia Federale Australiana (Afp), che aveva segnalato a quella indonesiana la presenza dei nove a Bali, ha testimoniato, attraverso le parole dell’ex comandante e di quello attuale, che Rush era solo un corriere e non certo una delle menti a capo dell’organizzazione. La Afp è stata duramente criticata in Australia, in quanto ritenuta responsabile di avere esposto dei propri cittadini, ancorché narco trafficanti, al rischio di venire condannati a morte in un Paese straniero.

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