La donna iraniana è stata condannata alla lapidazione per adulterio, sentenza dapprima sospesa a causa delle proteste internazionali e, in seguito, ripristinata poichè Sakineh Mohammadi Ashtiani è stata ritenuta complice dell’assassino di suo marito. La quarantottenne ha deciso di concedere un’intervista esclusiva al Guardian. E anche se ha dovuto farlo attraverso un mediatore, il cui nome non viene rivelato per motivi di sicurezza, le sue parole sono giunte forti e chiare. Riferendosi ai giudici che hanno deciso della sua vita, ha detto: “Stanno mentendo. Sono imbarazzati dal rilievo internazionale che il mio caso ha acquisito e stanno cercando di distrarre e confondere i media per potermi uccidere in gran segreto. Io sono stata giudicata colpevole di adulterio ma sono stata assolta dall’ accusa di omicidio. Nel frattempo l’uomo che ha ucciso mio marito è stato identificato e imprigionato, ma non è stato condannato a morte. Perchè accade questo? -chiede Ashtiani, che si risponde- perchè sono una donna e loro pensano di potere fare qualunque cosa a una donna, in questa nazione. E’ perché, per loro, l’adulterio è peggio dell’omicidio, anche se questa regola non vale per tutti i tradimenti. Un uomo che tradisce la moglie non viene nemmeno imprigionato, ma se lo fa una donna è la fine del mondo. Tutto ciò accade perché, nella mia nazione, le donne non possono divorziare e vedono negati i loro diritti basilari”: Sakineh ha rivelato che, al momento della condanna, non conosceva il termine legale arabo che significa lapidazione: “Quando il giudice ha emesso la sentenza, mi è stato chiesto di firmarla e io non sapevo il significato della parola “rajam” (lapidazione). Quando sono tornata in carcere, e le mie compagne mi hanno spiegato che cosa avevo firmato, sono svenuta”. Descrivendo la vita che conduce nel carcere di Tabriz, dove è detenuta, Sakineh racconta di essere continuamente oggetto dei maltrattamenti delle guardie: “Le loro parole, il modo in cui mi guardano, mi fanno sentire come se venissi lapidata ogni giorno”. La donna non ha dimenticato di ringraziare tutti coloro che, sparsi per il mondo, si sono impegnati a sostenere la sua causa: “Nel corso di tutti questi anni (le autorità) hanno cercato di mettermi le loro idee in testa, hanno cercato di convincermi che sono un’adultera, una madre irresponsabile e una criminale ma, grazie alla solidarietà di tutte le persone che si sono interessate alla mia vicenda, una volta di più ho ritrovato me stessa, la me stessa innocente”. Sakineh conclude con un’accorata preghiera: “Non lasciate che io venga lapidata davanti a mio figlio”.
Ieri Mossadegh Kahnemoui, un ufficiale giudiziario senior ha detto, parlando al Committee on the Elimination of Racial Discrimination dell’Onu: “Questa donna oltre che di adulterio, è stata ritenuta colpevole della complicità nell’omicidio del marito”. Quest’anno, in Iran, altre dodici donne e tre uomini sono stati condannati a morte per lapidazione.

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