Scusate il ritardo, il cui titolo allude al ritardo con cui Troisi fece il suo secondo film (rispetto alla prima pellicola, Ricomincio da Tre) è un film sulle differenze di genere, ma è anche un film che celebra la sostanza nell’amore, anche quando non c’è la capacità e la possibilità di avere la forma e di verbalizzare un sentimento, regalando all’amore le parole che meriterebbe. Pasquale (Massimo Troisi) è disoccupato, meridionale, insicuro, sincero. Anna è un’amica di sua sorella, misurata, femminile, bella. Anche lei sincera. Tanto che quando a un funerale di famiglia avviene l’incontro galeotto tra i due, lei si tuffa in questo legame con entusiasmo, ma non lesina parole di insoddisfazione al povero Pasquale a fronte di una sua totale (seppur tenera) incapacità a dar voce a quanto prova. Troisi, ancora una volta, incarna il disagio e l’imbarazzo in modo struggente, come del resto fece nel suo primo film. Melodrammatico nel vivere le sue pene d’amore, quando lei gli dà l’ultimatum “o cambi o ci lasciamo”, Pasquale vive un periodo di grande dolore, aggravato dalla consapevolezza di non poter dare all’amata quanto gli chiede. Lui non riesce a dirle che ha delle belle gambe (che so, una cosa a caso, una cosa carina), non riesce a non pensare alla partita anche dopo un momento di intimità, non riesce a pronunciare le parole dell’amore. Nè forse quelle delle emozioni. Eppure ama Anna e lei ama lui. Anna dimostra di accoglierlo per come è, rivelando tutta la sua tenereza per quell’uomo-bambino così puro nella sua vergogna puerile di mostrare le emozioni. Ciononostante si aspettava qualcosa di diverso, sognava dichiarazioni e serenate, voleva chiacchierare, desiderava coccole ed esternazioni romantiche. Forse persino dei fiori. Le differenze tra i due, estremizzate, sono anche le differenze tra gli uomini e le donne, il modo in cui per secoli hanno vissuto l’amore, le aspettative, la maniera diamentralmente opposta di vivere le cose e di usare (o non usare) le parole, le lamentele ricorrenti delle femmine (non mi guardi mai) e lo sgomento maschile a fronte delle drammatizzazioni del gentil sesso. C’è tutto in questa pellicola, che racconta in modo ironico e delicato anche l’asincornia di tante storie d’amore che forse, per l’appunto, a volte sono cronologicamente sfasate. A fare da contorno al film c’è uno splendido Lello Arena nei panni di Tonino, lamentoso e appiccicoso amico che perseguita Pasquale con le sue sofferenze d’amore. Proprio dai dialoghi tra i due emergono alcune profonde verità, sottoforma dei consigli amicali di un Pasquale molto più saggio nella veste di amico che nella veste di innamorato (come tutti noi del resto). Il finale rimane aperto. Lui riesce a chiederle di restare, lei forse resta. E forse no. Ma la grande vittoria di Pasquale è essersi mostrato per come è. Un po’ come quando Tonino in lacrime confessa di averci messo anni a confessare alla fidanzata che non gli piaceva una sua pietanza: “Ora che lei mi ha lasciato (perchè sono brutto) dovrò ricominciare da capo”, urla straziato Tonino. “No – ribatte Pasquale -anzi, la prossima storia d’amore tu le dirai subito quello che non ti piace e partirai avvantaggiato”. E se lei ti ama resterà. Ecco, forse Anna rimane. A noi piace pensare così.

Regia Massimo Troisi
Soggetto Massimo Troisi
Sceneggiatura Anna Pavignano, Massimo Troisi
Produttore Mauro Berardi
Fotografia Romano Albani
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Antonio Sinagra
Scenografia Bruno Garofalo

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